Il tempo che non si fattura (ovvero: perché la voce più importante del tariffario professionale non è mai stata scritta da nessuna parte)
di Massimo Pezzini
C’è una cosa che i professionisti sanno fare meglio di chiunque altro: risolvere i problemi. Degli altri. La lista di quelli che sanno chiedere aiuto per i propri è molto più corta. Ma per parlare di questo ci tocca partire da prima. Serve partire dal tempo.
C’è un esperimento mentale che faccio ogni tanto, e che consiglio a chiunque abbia una settimana particolarmente piena: prendi un foglio, va bene anche uno schermo, fa lo stesso, e scrivi onestamente dove è andato il tuo tempo negli ultimi sette giorni. Regola numero uno: non barare. Regola numero due: prima guarda il report del tempo trascorso davanti al tuo smartphone. Regola numero tre: non scrivere quello che avresti voluto fare ma ciò che hai fatto davvero. Le riunioni che potevano essere una mail. Le mail che potevano essere un messaggio. E quei clienti che, come Dracula, eseguono prelievi di vita chirurgici senza laccio emostatico anche per problemi inesistenti. E poi quelle cose rimaste in sospeso perché “ci penso dopo” è un dopo che non arriva mai. Il tempo a scrollare un video per vedere come finisce quello dopo. E quello dopo ancora. Inizi con un tutorial su come piegare una camicia in tre secondi e venti minuti dopo stai guardando un tizio che con un coltello rovente oggetti improbabili: saponette, palline da tennis, iPhone, panetti di sabbia cinetica in mezzo a un tizio che spiega la vita mentre pulisce le orecchie a una capra.
E tu sei lì, spettatore silenzioso di un circo planetario in cui non conosci nessuno, non impari quasi niente, ma continui a guardare perché il prossimo video dura solo venti secondi e potrebbe essere “quello buono” per trovare qualcosa che non sai nemmeno tu. La fregatura però è che non perdi le ore, ma venti secondi alla volta. Un mio amico diceva che molti peli fanno una pelliccia e spesso il valore di quel tempo ci sfugge tra le dita che scrollano su un telefono per centinaia di volte al giorno.
Il risultato, quasi sempre, ti lascia come quando siedi su uno scoglio dalla forma irregolare, ma senza vista mare. Con quella sensazione di scomodità che ti porta a realizzare che il tempo, quella cosa che diciamo di non avere mai abbastanza, lo spendiamo in modo sorprendentemente distratto e con azioni a casaccio e spesso inconsapevoli che giocano con una risorsa che sembra infinita e domani ce ne fosse sempre di più.
Eppure, lo sappiamo benissimo che non è così. Lo diciamo ai clienti quando pianifichiamo o facciamo il report del tempo speso dietro a loro, lo leggiamo nei libri che compriamo che lasciamo a metà sul comodino, lo sentiamo in quelle conversazioni a fine giornata in cui ci chiediamo dove sia andata a finire la settimana. Il tempo è la cosa più preziosa che abbiamo. E continuiamo a trattarlo come se fosse la meno scarsa.
Però c’è una cosa davvero curiosa. Noi professionisti siamo disposti a dare il nostro tempo con una generosità quasi illimitata al cliente che chiama alle 19 o alla scadenza killer che non lascia scampo. Dei paladini del dare senza sosta come se questo fosse una parte inscindibile dell’identità professionale, un riflesso condizionato. Anni di responsabilità e di clienti che si affidano ai “ci penso io” che hanno costruito qualcosa di solido e insieme estremamente rigido: una figura antifragile, che anticipa e non deve in nessun modo farsi trovare impreparata.
Ma tutta questa identità ingombrante ed ermetica come una scatola nera di un aereo ha un solo limite: fa fatica a contenere la parola aiuto. Chiederlo sembra cedere qualcosa e arrancare o ammettere di averne bisogno è come se scalfisse quella solidità che il cliente compra insieme alla parcella. E allora si va avanti. Si gestisce da soli. Si aspetta che passi.
E quando non passa, quando arriva il momento davvero difficile, l’emergenza familiare, quando la saluta inciampa, o uno di quei periodi in cui lo studio può aspettare ma la vita no, il passo di chiedere diventa, per mala abitudine o incapacità, ancora più difficile. Come quando Fonzie deve ammettere di aver sbagliato, lanciare un S.O.S. non esce dalle corde. Così le scadenze iniziano a slittare, lo studio assorbe lo stress in silenzio, e tutto intorno si fa più pesante. Un circolo vizioso elegante ma nel senso peggiore del termine.
La cosa più strana è che il tempo che avremmo potuto ricevere che ha la forma (e la sostanza) di un collega disposto ad aiutare, a coprire la difesa, a stare vicino, era lì. Ma non lo abbiamo chiesto, per quei sassi pensati che la professione ha insegnato a portare nello zaino in silenzio. A volte non si sa nemmeno come farlo. O forse non ci eravamo mai fermati abbastanza a pensare che fosse possibile.
L’ODCEC di Monza e della Brianza ha fatto una cosa silenziosa e qui si, molto elegante, ma che a pensaci bene, è piuttosto rivoluzionaria. Ha costruito una Banca del Tempo: una rete di colleghi che si mettono a disposizione concretamente e in modo silenzioso, perché spesso queste cose non fanno rumore (ahimè mi viene da dire), dando la propria disponibilità ad aiutare chi si trova improvvisamente a fare i conti con uno di quei momenti in cui la vita prende il sopravvento.
Senza gradi algoritmi di matching alla Tinder o tariffari disciplinati da un mega contratto. Ma persone. “Solo” persone che dicono: ci sono. Prima che qualcuno glielo chieda.
Ed è il “prima” la cosa che più mi colpisce. Perché la solidarietà reattiva, che arriva quando la situazione è già esplosa, e rifiutare sarebbe imbarazzante è in qualche modo più semplice. La solidarietà preventiva, quella che si organizza a freddo, quando tutto va bene e non è urgente e quella in cui nessuno ti sta guardando. Normalizzare l’aiuto prima che diventi urgente lo rende strutturale invece che eccezionale, e in qualche modo, scioglie quel nodo sottile che impedisce di chiedere: se la rete esiste già, chiederle di attivarsi è meno un atto di resa e più un gesto normale tra colleghi.
C’è una domanda che mi faccio e faccio spesso parlando con colleghi o professionisti di categorie diverse: cosa siete, quando togliete l’albo? Non nel senso legale, in termini umani. Cosa vi tiene insieme, oltre alla stessa abilitazione, alle stesse scadenze, alle stesse riunioni di categoria? Le risposte, di solito, sono vaghe. Perché la risposta onesta è che spesso non c’è molto. C’è una tessera, c’è un registro, qualche convegno. Ma una comunità (che va anche oltre gli albi, mi viene da dire) è un’altra cosa: è sapere che se cadi c’è qualcuno che raccoglie.
Il tempo che non si fattura non è tempo perso ma il più importante. Quello che diamo quando non siamo obbligati a darlo e se ci pensati bene è un vero lusso che spesso dissipiamo inconsapevolmente. Ed è curioso, se ci pensate: siamo capaci di regalare ore a uno schermo che si ricorda tutto di noi per algoritmi che devono venderci qualcosa, ma facciamo fatica a dedicarlo agli altri. Sprecare tempo è la cosa più facile del mondo. In fondo basta non farci caso. Venti secondi alla volta. Ma forse una professione non si misura davvero dalle parcelle che emette, ma da quello che fa con il tempo che non può fatturare. Quello è il momento in cui smettiamo di essere solo professionisti per tornare ad essere qualcosa di molto più raro. Persone.


