Il “teatro dell’occupazione” cinese e il parallelismo con i “nostri” stage infiniti
di Natalia Piemontese
C’è chi alla notizia spalanca gli occhi, e a chi viene persino da sorridere, ma il fenomeno degli “uffici per disoccupati” in Cina, al di là dell’ironia da teatro dell’assurdo che suscita, non può passare inosservato e spinge a qualche riflessione.
In un Paese in cui la disoccupazione giovanile è oltre il 17–18 per cento e con i salari sotto pressione, si è diffuso un fenomeno paradossale. I disoccupati cinesi pagano infatti ogni giorno per “andare in ufficio” in spazi allestiti come tali, ma non per lavorare, bensì per preservare routine sociale e status. Una “finta occupazione” per far sembrare agli altri che non sono pigri e per simulare una normalità che non c’è più.
Le aziende che offrono questo servizio si chiamano pretend to work companies e mettono a disposizione degli spazi in stile coworking, con tanto di scrivanie con computer, wi-fi, badge, macchinette del caffè, tavoli per la pausa pranzo. In cambio di un affitto mensile o giornaliero per garantirsi una postazione. Per 400 yuan (circa 50 euro) al mese si può addirittura avere un “finto capo” che assegna “mansioni finte ai dipendenti finti”, inviando mail inventate a cui rispondere (e che ovviamente non leggerà nessuno). Arrivando persino a organizzare simulazioni di crisi aziendali, liti tra colleghi e finti scioperi.
Le companies, per sostenere il loro business - che tra l’altro va a gonfie vele- puntano al fatto che i giovani, nella fascia di età tra i 16 e i 29 anni, hanno così la possibilità di riunirsi tra loro e di condividere la frustrazione di essere disoccupati, anziché stare da soli chiusi in casa nella loro camera.
E di per sé l’iniziativa potrebbe anche apportare i suoi benefici, contribuendo a scongiurare il pericolosissimo atteggiamento da rat people tipico di chi si rinchiude in una stanza a sonnecchiare tutto il giorno e a stare sui social senza senso. Se non fosse per il fatto che però l’obiettivo principale è proprio quello di “nascondersi” lì dentro, di mentire alle proprie famiglie facendo loro credere di avere un’occupazione, per evitare domande, pressioni, vergogna. E di passare la giornata a svolgere compiti fittizi e non costruttivi.
Questo perché, in una società dove l’identità personale è ancora fortemente legata al ruolo professionale, la disoccupazione non è percepita solamente come una difficoltà economica ma come una colpa. Non avere un lavoro equivale a essere giudicati pigri, falliti, improduttivi. Specialmente per i giovani, che prima ancora di produrre valore economico, pensano a produrre “normalità”.
Pagare per appartenere
Il punto che fa riflettere (e deve far riflettere) sta tutto in questa messa in scena collettiva. Un “teatro dell’occupazione” con tanto di copione sociale da recitare ogni giorno, per “avere valore”, per sembrare “normali”. Nulla di male, ad ogni modo, ci sarebbe nel recarsi in questi posti, appunto, per fare networking o -meglio ancora- per fare formazione e imparare magari a valorizzarsi per una migliore e più proficua ricerca attiva del lavoro. E in alcune realtà più strutturate, come a Shanghai, Shenzhen e Dongguan, la direzione (più evoluta) intrapresa, sembra essere proprio quella di sfruttare queste realtà come una delle soluzioni possibili per questo “periodo di transizione”, nate per colmare il divario crescente tra formazione e mercato del lavoro.
Purtroppo l’aspetto più discutibile resta il fatto di dovere confinare la verità all’interno di questi spazi, guardandosi bene dal condividerla in società. Un approccio che non punta dunque a colmare il vuoto (e che quindi non va alla radice del problema) ma a salvare le apparenze, pena il giudizio e la marginalizzazione all’esterno.
E volendosi spingere oltre, sarebbe errato liquidare il fenomeno come una “stranezza” culturale cinese che non ci riguarda. Siamo sicuri che le nostre tipiche forme di precarietà performativa, come stage infiniti, auto-branding costante ma senza monetizzazione, lavoro gratuito “per visibilità” siano poi così lontane da queste dinamiche?
Quando si inoltrano innumerevoli domande di lavoro e si viene ignorati o rifiutati, ciò può risultare incredibilmente dannoso per la fiducia e il benessere mentale, nel medio-lungo periodo. E quando intere generazioni crescono sapendo che il lavoro stabile è sempre più raro -ma la richiesta di sembrare sempre produttivi e performanti rimane intatta- la frattura tra ciò che si è e ciò che si deve mostrare diventa insostenibile e anche fingere di lavorare finisce per sembrare la soluzione migliore.


