Il regime forfetario entra nel Tuir (mentre il correttivo “omnibus” della riforma viene rispedito al mittente)
di Nereo Seppia
C’è qualcosa di profondamente poetico nella fine dello schema di decreto legislativo correttivo della riforma fiscale, da più parti annunciato. Una poesia triste, naturalmente. Come quelle orchestrine che continuano a suonare mentre la nave sta già imbarcando acqua.
Professionisti, imprese, associazioni e studiosi avevano iniziato ad analizzare articoli paludosi (risultanti dalle prime bozze del decreto), commi, rinvii normativi e disposizioni transitorie. Sono stati anche abbozzati contributi di approfondimento. Qualcuno, nei casi più gravi, ha perfino letto integralmente il testo.
Poi la morte improvvisa del decreto correttivo omnibus. Omnibus, che tradotto vuol dire minestrone (di fatto quello era). Il minestrone si è bruciato sul fuoco, prima ancora di essere impiattato. Non approvato. Forse verrà modificato. Intanto è stato ritirato.
Come un candidato che, arrivato davanti alla commissione d’esame, scopre improvvisamente di avere sbagliato aula.
E dire che nel testo (come nei migliori minestroni) c’era di tutto. Nuove disposizioni in materia di finge benefit sulle auto aziendali (un articolo, il n. 2, da leggere con accanto un esorcista), banconote e assegni espulsi dagli sportelli della riscossione, interlocuzione preventiva anche sulle istruzioni operative. Un piccolo catalogo di meraviglie normative degno di una fiera tributaria itinerante.
Poi qualcuno deve aver avuto un momento di lucidità. Intervalla insaniae lo avrebbe definito Tito Lucrezio Caro. Forse un sottosegretario. Forse proprio un ministro. Forse un contribuente di passaggio da Palazzo Chigi.
E a un certo punto la domanda è emersa in tutta la sua semplicità: “Ma siamo davvero sicuri?”. La risposta, a giudicare dall’esito finale, deve essere stata piuttosto eloquente.
La sensazione è quella di avere assistito non alla gestazione di un provvedimento governativo, ma alla pubblicazione di una bozza particolarmente elaborata di istruzioni per l’uso, scritte dalla consueta longa manus del Governo.
Il confine tra legislazione e letteratura è sempre più sottile. La differenza è che i romanzi, di solito, arrivano almeno all’ultima pagina. Questo decreto correttivo invece si è fermato alla prefazione, se non proprio alla prima di copertina.
E così il correttivo omnibus conclude la propria esistenza senza aver mai conosciuto – almeno per ora - la gioia della Gazzetta Ufficiale. Una prece per la morte prematura, ma non necessariamente ingiusta.
Perché esistono decreti che nascono per cambiare il sistema (davvero pochi, ultimamente) e quelli che invece nascono per ricordarci quanto sia importante il controllo qualità prima della pubblicazione.
Ecco, il decreto omnibus, probabilmente, apparteneva alla seconda categoria, ma non disperate, o voi instancabili studiosi e amanti del diritto tributario, perché nel Cdm di oggi è stato approvato il nuovo TUIR.
Dopo anni di esilio, la scelta del legislatore delegato è quella di portare il regime forfetario dentro il TUIR, dedicandogli addirittura un autonomo Capo XXI (“Regime forfetario”), con gli articoli da 232 a 240 che trasfondono sostanzialmente la disciplina oggi contenuta nella legge n. 190/2014.
Il figliol prodigo torna a casa (in realtà non c’era mai stato), entra nel TUIR ma dalla porta di servizio, perché il reddito determinato forfetariamente è, come noto, assoggettato a una imposta sostitutiva dell’IRPEF, delle addizionali e dell’IRAP.
Insomma, il regime forfetario resta un mondo separato rispetto al reddito complessivo IRPEF pur acquisendo la residenza fiscale nel TUIR, che, dal canto suo, smette sempre più di essere soltanto il testo dell’imposta sul reddito “ordinaria” e diventa sempre più un codice generale della fiscalità, comprensivo anche dei regimi sostitutivi.


