«Il lavoro c’è. Sono i giovani che non hanno voglia di lavorare». «Ai miei tempi si faceva prima la gavetta». «Anziché ringraziare di avere trovato un impiego da 800 euro al mese». «Non si sa più cosa vogliono dalla vita».
Eppure questo senso comune omette una variabile decisiva: il tempo lungo della formazione e il costo - economico ed esistenziale - che una laurea comporta. L’idea sottesa è che l’ingresso nel lavoro debba coincidere con l’accettazione immediata di qualunque condizione. Ma un impiego “accettabile” non è una concessione generazionale: è ciò che dovrebbe seguire a un investimento formativo riconosciuto.
In Italia, invece, il passaggio dalla laurea al lavoro continua a produrre salari bassi, autonomia rinviata, percorsi professionali spesso disallineati rispetto agli studi. Si apre così una frattura evidente tra due narrazioni semplificate: un mercato del lavoro dato per naturalmente inclusivo e una generazione descritta come indisponibile. Due letture speculari che eludono il punto centrale: la questione del lavoro sottopagato dei neo-laureati.
Occupazione e selettività: il paradosso apparente
Il Rapporto AlmaLaurea interrompe questa dicotomia. I dati, che riguardano circa 700mila laureati di 81 atenei, mostrano una dinamica che non si lascia ridurre a una sola chiave di lettura. L’occupazione cresce in modo netto - circa l’80 per cento a un anno dalla laurea, oltre il 91 per cento a cinque anni - e, contemporaneamente, cresce la selettività.
Non è un rigetto del lavoro - come spesso si insiste a suggerire. Il lavoro non è più soltanto un ingresso: diventa il punto in cui si misura la distanza tra formazione e riconoscimento.
Il dato sulle retribuzioni lo rende evidente. Quasi sette laureandi su dieci rifiutano l’idea di accettare un impiego full-time sotto i 1.500 euro netti mensili. Dieci anni fa era un quarto. Non è solo una variazione di opinione: è lo spostamento di una soglia simbolica.
Quella cifra, infatti, ha cambiato statuto. Non rappresenta più un punto di partenza, ma il minimo per pensare a una forma di autonomia. Il motivo non è morale, ma materiale: i salari restano fermi nel loro valore nominale, mentre il costo della vita - tra affitti, beni essenziali e servizi - ha riscritto le condizioni dell’esistenza quotidiana. L’inflazione, in questo senso, non è un dato tecnico ma una trasformazione concreta delle possibilità di vita.
Dentro lo stesso movimento si inserisce un altro cambiamento: cresce la resistenza ad accettare lavori percepiti come estranei al proprio percorso di studi. Non si tratta soltanto di una scelta individuale, ma di un segnale più ampio. L’idea che la formazione debba trovare una traduzione, e non una dissoluzione, nel lavoro.
Laurea, lavoro, promessa sociale
La questione, tuttavia, non riguarda soltanto il livello delle retribuzioni. Riguarda il rapporto tra istruzione e valore sociale. Il filosofo tedesco Axel Honneth ha sostenuto che una parte decisiva dei conflitti contemporanei non nasce esclusivamente dalla distribuzione delle risorse economiche, ma dalle forme del riconoscimento. Gli individui non chiedono soltanto di essere inclusi in una struttura sociale; chiedono che le proprie capacità, il proprio impegno e il proprio percorso trovino una valorizzazione pubblica. Da questa prospettiva, il lavoro non rappresenta soltanto una fonte di reddito, ma uno dei principali luoghi attraverso cui una società riconosce il valore degli individui.
È in questo quadro che la maggiore selettività dei laureati assume un significato diverso da quello che spesso le viene attribuito. Non segnala necessariamente un rifiuto del lavoro, ma una domanda di riconoscimento. Ciò che viene contestato non è l’occupazione in sé, bensì la possibilità che anni di formazione, investimenti economici e aspettative vengano trattati come elementi privi di valore specifico.



