C’è qualcosa di profondamente commovente nella politica italiana.
Mentre il mondo discute di salari che non bastano, carriere femminili che si interrompono alla prima maternità, asili nido insufficienti, assistenza agli anziani affidata alla buona volontà delle figlie, differenziali pensionistici, precarietà, part-time involontari e violenza economica, il Senato si prepara a combattere una delle battaglie decisive e fondamentali del nostro tempo.
L’IVA sugli assorbenti.
Sia chiaro. Nessuna ironia sul tema in sé. Gli assorbenti non sono un bene di lusso. Nessuna donna si sveglia la mattina pensando di concedersi una follia consumistica e acquistare un pacco di assorbenti come altri prenotano una crociera ai Caraibi. È un’esigenza fisiologica, inevitabile, perfino banale nella sua evidenza. E se il legislatore ritiene giusto ridurre l’aliquota dal 10 per cento al 5 per cento, faccia pure. Del resto, la proposta, promossa in Senato dalla senatrice Daniela Ternullo con il sostegno della capogruppo Stefania Craxi, si inserisce in un dibattito europeo ormai consolidato sulla cosiddetta “tampon tax”.
Il punto, però, è un altro.
Da qualche anno il dibattito pubblico sembra avere sviluppato una passione quasi romantica per le misure simboliche. Quelle che costano relativamente poco, producono un titolo efficace e consentono di dichiarare vittoria senza affrontare i problemi veri. È il trionfo della “politica cosmetica”.
Ridurre l’IVA di qualche punto su un prodotto essenziale è certamente una misura apprezzabile, ma è difficile non notare come il dibattito venga spesso raccontato come se stessimo assistendo alla liberazione fiscale della donna italiana.
La relazione illustrativa ricorda che una donna può spendere fino a 5.000 euro in assorbenti nel corso della vita. Una cifra certamente significativa. Ma forse varrebbe la pena ricordare che una sola interruzione di carriera può costare decine di migliaia di euro di redditi perduti, che un posto in asilo nido introvabile può costringere una madre a rinunciare al lavoro, che una pensione più bassa accompagna molte donne per decenni o che il lavoro di cura continua a essere distribuito con un entusiasmo assai inferiore rispetto ai convegni sulla parità di genere.
Eppure, l’epica del nostro tempo si concentra su cinque punti percentuali di IVA.
Perché le misure simboliche hanno un vantaggio straordinario. Non disturbano nessuno. Non impongono riforme strutturali. Non obbligano a ripensare il mercato del lavoro, il welfare, la fiscalità familiare o l’organizzazione sociale. Rappresentano, piuttosto, il corrispettivo normativo di una foto filtrata su Instagram.
La realtà rimane identica. Cambia soltanto l’inquadratura.



