Ogni giorno, nelle aule dei tribunali di tutta Italia, si recita un rituale antico.
Un uomo siede dietro un banco, prendendo le distanze dal resto della congerie umana, e ascolta due parti che si contraddicono a vicenda.
Segue una riflessione, più o meno lunga, e poi viene pronunciata una sentenza.
Tutti, il vincitore, il soccombente, i testimoni riconoscono quella sentenza, nella migliore delle ipotesi, come giusta, ma in ogni caso come vincolante.
Eppure quella verità non è un’ordalia, un giudizio divino. È il prodotto di un accordo implicito, vecchio di secoli, è una convenzione.
Il diritto, in tutta la sua solennità, non è altro che questo, un accordo tra uomini.
Non nel senso riduttivo di arbitrarietà, ma nel senso profondo di patto collettivo: un sistema di regole e di ruoli che funziona perché, e finché, una comunità sceglie di riconoscerlo come legittimo.
Rousseau lo espresse magistralmente nel Contratto Sociale: la legittimità del potere non deriva dalla forza, ma dal consenso.
Lo Stato esiste perché i cittadini accettano tacitamente di cedere una parte della propria libertà naturale in cambio di protezione e ordine.
Questo patto non è in rerum natura è, semplicemente una pratica condivisa che si rinnova ogni giorno.
La giustizia tributaria è forse l’esempio più nitido di questa natura convenzionale. Nessuno si sottopone a tassazione perché ama farlo. Fatta forse eccezione per l’ex ministro Padoa Schioppa che, in un afflato di masochismo, affermò: “le tasse sono bellissime”.
Le persone comuni pagano il dovuto perché esiste un sistema che definisce i confini tra il lecito e l’illecito fiscale, e perché quella definizione è riconosciuta come legittima.
Le Corti di giustizia tributaria, dunque, non sondano la natura delle cose, ma costruiscono, attraverso una procedura condivisa, una decisione legittima.
Immaginiamo ora di affidare questo rito a un sistema di intelligenza artificiale.



