Il patentino digitale per i social risolverà anche ciò che accade fuori dallo schermo?
di Natalia Piemontese
La notizia sembra una di quelle destinate a mettere tutti d’accordo. La Lombardia ha approvato una disposizione che introduce il “patentino digitale”, un percorso di educazione all’uso consapevole del web e dei social rivolto a studenti, docenti e famiglie. L’obiettivo è contrastare fenomeni come cyberbullismo, revenge porn, hate speech e dipendenza digitale.
Nel frattempo, nel Regno Unito il governo di Keir Starmer vieta alcuni social network per gli under 16. Il focus a livello europeo si sta spostando nella stessa direzione: come proteggere bambini e adolescenti dai rischi della vita online?
Negli ultimi anni il dibattito pubblico sul rapporto tra adolescenti e tecnologia si è spesso mosso tra due estremi: da una parte il divieto, con chi vorrebbe limitare l’accesso ai social tout court e dall’altra l’educazione digitale, da parte di chi punta sulla formazione. Ma entrambe le posizioni rischiano di condividere lo stesso presupposto e cioè che il problema sia principalmente nei ragazzi. Perché mentre discutiamo di come educare i più giovani ai social, continuiamo a dare per scontato che gli adulti sappiano già come gestirli. Eppure basta guardarsi intorno per capire che non è così.
Il patentino digitale nasce da una logica comprensibile e già applicata in altri ambiti. Se esiste un rischio, si costruisce un percorso per imparare a gestirlo. È ciò che facciamo con la sicurezza stradale ad esempio o con l’educazione civica e vari aspetti della vita collettiva.
Ma il mondo digitale non è soltanto un insieme di competenze tecniche da acquisire, è un mondo a sé stante.



