C’è un paradosso che i numeri raccontano meglio di qualsiasi editoriale. Mentre le imprese italiane firmano sempre più contratti di secondo livello legati a premi di risultato, la produttività del lavoro del Paese continua a scendere. Non è un controsenso statistico: è la fotografia di due Italie che corrono su binari diversi.
Partiamo dai numeri più aggiornati. Al 15 aprile 2026 il Ministero del Lavoro contava 10.878 contratti aziendali e territoriali attivi che prevedono premi di produttività o partecipazione agli utili, a beneficio di oltre 3,29 milioni di lavoratori dipendenti, con un premio medio annuo salito a 1.794 euro lordi — in crescita di quasi 200 euro rispetto a dicembre 2025. Il trend di fondo è di espansione costante: i contratti depositati dal 2016 a oggi hanno superato quota 120mila, e la stabilizzazione dell’aliquota agevolata al 5 per cento prima, e all’1 per cento dal 2026, ha ulteriormente sostenuto la diffusione dello strumento. Un dettaglio tecnico che vale la pena chiarire, perché genera spesso confusione: i “contratti attivi” non sono lo stock cumulato di quelli mai depositati, ma i contratti effettivamente in vigore in un dato momento. Per questo lo stock si azzera parzialmente ogni gennaio, quando molti accordi pluriennali scadono, per poi ricrescere nel corso dell’anno: un fisiologico effetto di rinnovo contrattuale, non un segnale di crisi dello strumento.



