“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”
Sono appena due righe, quelle contenute nell’articolo 53 della Costituzione, che però racchiudono il fondamento del patto fiscale tra cittadini e Stato: ciascuno contribuisce in ragione della propria capacità economica, secondo un sistema ispirato alla progressività e all’equità.
È alla luce di questo principio che meritano di essere letti i recenti dati diffusi dalla Corte dei conti sul regime forfettario. Numeri che confermano come il regime abbia ormai assunto dimensioni tali da rappresentare una componente strutturale del sistema tributario italiano.
Un successo, almeno sotto il profilo delle adesioni, che merita di essere riconosciuto.
Il regime ha certamente consentito a molti piccoli imprenditori e professionisti di avviare un’attività beneficiando di regole semplificate e di un carico fiscale decisamente più contenuto. Sarebbe ingeneroso negare che, per numerosi contribuenti, esso abbia rappresentato un’opportunità concreta di ingresso nel mondo del lavoro autonomo o di impresa.
Il problema, però, è forse un altro. Il successo di una norma fiscale non può essere misurato esclusivamente dal numero di coloro che decidono di utilizzarla, bensì anche dall’analisi dei comportamenti che la norma stessa produce.



