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Tecnologia

Il Papa ci dà ragione: l'intelligenza artificiale non capisce niente di fiscalità

di Stefano Niccolai

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mag 27, 2026
∙ A pagamento

Due giorni fa ci siamo svegliati con una notizia che pochi si aspettavano: la Santa Sede ci ha dato ragione. Non su tutto, per carità. Ma su una cosa fondamentale, quella che i commercialisti ripetono ai clienti da anni con la stessa rassegnazione di chi parla al muro: un algoritmo può elaborare dati, ma non capisce le persone.

Papa Leone XIV ha firmato il 15 maggio la sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, presentata lunedì al mondo. Duecento trentuno pagine dense, cinque capitoli, migliaia di parole. Di queste, la parola «intelligenza artificiale» compare quattordici volte. La parola «dignità» novantotto. La parola «persona» centocinquantotto. Il messaggio, statisticamente, non lascia spazio a interpretazioni: il documento non è sull’IA. È sull’uomo che l’IA rischia di dimenticare.

Il titolo è magnifico nella sua ambizione: Magnifica Humanitas, la magnifica umanità. L’incipit è ancora più diretto: «La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme». Tradotto per i non addetti ai lavori: o governiamo la tecnologia, o la tecnologia governa noi. Una riflessione che nel campo della consulenza professionale ha il sapore di qualcosa che si sapeva già, ma che fa sempre bene sentirsi dire da chi porta la mitra.

La scelta del nome pontificio non è casuale. Leone XIV ha spiegato fin dal giorno della sua elezione il ragionamento: Leone XIII, con la Rerum Novarum del 1891, affrontò la questione sociale nel pieno della prima rivoluzione industriale: operai sfruttati, fabbriche fumanti, capitalismo selvaggio senza regole. Oggi la rivoluzione è digitale, le fabbriche sono server farm, gli operai sono spesso invisibili: moderatori di contenuti in Africa pagati pochi dollari l’ora per addestrare i modelli di IA che poi i colossi tech vendono a peso d’oro. L’enciclica li chiama esplicitamente «lavoratori digitali invisibili» e denuncia le nuove forme di «schiavitù digitale». Lessico forte, per un documento pontificio. Lessico che qualsiasi professionista del lavoro riconosce immediatamente.

Ma è sul tema del lavoro professionale che Magnifica Humanitas diventa davvero interessante per chi esercita una professione intellettuale. Leone XIV sostiene con chiarezza che lasciare ad algoritmi decisioni delicate, assunzioni, accesso al credito, sentenze, significa eliminare dalla società «la compassione, la misericordia e l’apertura al cambiamento della persona». Tre concetti che, nel nostro settore, potremmo tradurre così: lettura della situazione specifica del cliente, valutazione del contesto umano e familiare, capacità di trovare la soluzione giusta nel caso concreto. Non nel caso medio.

Perché è questo il punto. Un software di pianificazione fiscale può ottimizzare le aliquote. Può calcolare la convenienza tra regime ordinario e forfettario in trentadue millisecondi. Può segnalare l’anomalia nel modello F24. Ma non può sedersi di fronte a un imprenditore che ha appena perso il principale cliente e capire, prima ancora che lui lo dica, che il problema non è l’acconto IRES di novembre. Non può leggere tra le righe di un bilancio che sembra in ordine ma nasconde una crisi familiare che sta per travolgere la società. Non può avere, per usare le parole dell’enciclica, «coscienza morale ed empatia».

C’è una cosa che il commercialista fa ogni giorno, spesso senza nominarla, e che nessun algoritmo potrà mai replicare: costruisce una relazione. Non nel senso vago e aziendalese del termine, ma nel senso più concreto e impegnativo. Sa che il cliente che entra allo studio il martedì mattina con la faccia di chi non ha dormito non ha bisogno del prospetto delle aliquote: ha bisogno che qualcuno ascolti, orienti, rassicuri o dica, quando serve, la verità scomoda con la stessa cura con cui la si direbbe a un amico. Sa che la fiducia non si guadagna con la velocità dell’elaborazione, ma con la continuità della presenza. Sa che certi clienti tornano da trent’anni non perché non abbiano trovato di meglio, ma perché hanno trovato qualcuno che li conosce davvero, il nome dei figli, le ambizioni rimaste nel cassetto, le paure che non si confessano nemmeno al proprio avvocato. Questo è il cuore della professione. L’enciclica lo chiama «apertura al cambiamento della persona». Noi lo chiamiamo lavoro.

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