Il nuovo volto del dazio parcellizzato e le sorti traballanti del deal USA/UE
di Ettore Sbandi
L’Amministrazione USA impone – o minaccia di imporre – nuovi dazi, questa volta ancora più frammentati ed applicati come leva politica nell’ambito dei due fronti caldi di questo gennaio 2026: Venezuela e Groenlandia.
Al solito, le misure in questione sono annunciate via social network e difettano, al momento, di ordini esecutivi o basi legali (per la Groenlandia, è notizia di poche ore fa, sembra ci sia una retromarcia) ma per certo offrono lo spunto per talune riflessioni sulla natura del tributo di confine, sui suoi effetti e sul suo utilizzo come leva e deterrente geopolitico, fatto che forse si registra per la prima volta nella storia.
Si tratta, indubbiamente, di un passaggio notevole. Il dazio è – ed è sempre stato e sempre sarà – una leva (anche) politica, imposta per ragioni interne ed esterne che rispondono a mille logiche: di cassa, di consenso, di protezione, ma anche di privilegio, di coesione, di preferenza nella scelta dei partner commerciali. Si tratta, comunque, di relazioni biunivoche, di rapporti che, insomma, toccano due o più Stati in una forma, per così dire, di reciprocità, o per lo meno di relazione. In altre parole, due o più sistemi si avvicinano o si allontanano e, per farlo, oscillano tra l’embargo ed il libero scambio, in una forma costante ed in continua evoluzione, perché il punto di caduta immanente non esiste, perché cambia con gli eventi ed i contingenti.
Oggi, invece, sembra che la relazione non sia più biunivoca, ma tocchi interessi di terze parti, di base neutrali rispetto ad un contesto di tensione. Per fare un esempio, Stati Uniti e Venezuela sono in una sorta di conflitto e, dunque, gli Stati Uniti non chiudono il commercio al Venezuela soltanto, ma a tutti quei Paesi che al Venezuela sono vicini, imponendo dazi specifici. Altro esempio: Stati Uniti e Groenlandia sono in un frangente di alta tensione e, dunque, gli Stati Uniti non chiudono il commercio o le relazioni con la Groenlandia (del resto, non potrebbero, visto che sono la prima presenza in loco), ma a tutti quei Paesi che alla Groenlandia sono vicini, imponendo dazi specifici (come si è riportato, pare che nelle ultime ore Trump abbia fatto retromarcia).
In ogni caso, si tratta di una posizione che, in maniera netta, esplicita, diretta, difficilmente trova precedenti nella storia delle relazioni doganali, anche perché la dimensione globale del commercio esiste, in natura, da meno di un secolo.
Qui, però, le complessità non finiscono, perché tornano in auge minacce tariffarie già viste negli ultimi mesi e che oggi appaiono quanto mai concrete e che attengono alle relazioni tra USA ed Unione Europea. Questi dazi speciali, dedicati a chi non è allineato a quella che potremmo oggi definire l’“anarchica dottrina Trump”, si applicherebbero non all’UE, ma ad alcuni Paesi UE, Francia e Germania in testa.
Ecco allora che torna il tema del “dazio sullo champagne”, una tematica che avrebbe forse fatto sorridere in passato, ma che oggi sembra vera e reale, dove alle questioni ed alle attuali complessità doganali se ne aggiungono di nuove, come quelle relative alla determinazione dell’origine della merce, che sarebbe così legata non all’UE, ma al singolo Paese, perché qualcuna di queste origini, negli USA, sconterà un dazio, a qualcun’altra no. E sono misure elevate, 10 per cento oggi, che diventa 25 per cento, misure addizionali a quelle esistenti e che rendono insostenibile il mercato americano.
Su questo ulteriore confine, oggi spostato ancora più avanti, si misurerà la reazione dell’UE, che potrà essere unita o divisa, e che farà i conti anzitutto con il deal della scorsa estate, un deal di fatto, più che di diritto, un deal con promesse, più che fatti, ma un accordo che per sei mesi scarsi ha dato stabilità e che oggi torna in discussione.
Le fonti di stampa più autorevoli già sostengono che, al prossimo passo USA, l’approvazione dell’accordo commerciale UE-USA, concordato a luglio, sarà sospesa dal Parlamento europeo e, dunque, l’accordo che ha (in larga parte) ridotto i dazi statunitensi su tutte le importazioni dall’UE al 15 per cento, e che necessita dell’approvazione del Parlamento europeo, potrebbe essere congelato.
È bene ricordare che, mentre l’accordo veniva finalizzato, l’UE ha sospeso i dazi di ritorsione su beni per un valore di 93 miliardi di euro che la stessa UE acquista dagli Stati Uniti. Tale sospensione termina il 6 febbraio e, in assenza di una proroga o di un’approvazione parlamentare dell’accordo, i dazi dell’UE sui prodotti statunitensi entreranno in vigore il 7 febbraio, innescando una nuova spirale di cui si fa davvero fatica a vedere la fine.


