C’è stato un tempo in cui la conoscenza significava potere. Quando l’accesso alla conoscenza era un privilegio riservato alle élite. Il sapere, tramandato oralmente prima, e chiuso in castelli, monasteri e biblioteche poi, risultava un mondo chiuso, accessibile ai chi aveva le risorse economiche e lo status sociale per accedervi.
Poi via via il mondo è cambiato. L’invenzione della stampa ha reso economico e capillare pubblicare libri. L’alfabetizzazione di massa ha ampliato la platea dei soggetti che avevano accesso alle informazioni. Lo sviluppo tecnologico con i computer, la digitalizzazione e internet hanno azzerato il tempo e lo spazio necessario per trovare e registrare qualsiasi informazione. Il perimetro della competenza, che un tempo risiedeva nella memoria individuale, si è rapidamente ampliato: prima al sapere cercare, poi al sapere organizzare, quindi al sapere selezionare con senso critico le informazioni rilevanti.
Oggi ognuno di noi ha accesso costante e istantaneo a una quantità di informazioni inimmaginabile fino a pochi anni fa. Questa nuova realtà, dominata dall’evoluzione tecnologica e dall’intelligenza artificiale generativa, ci costringe a cambiare la prospettiva e a ridefinire il concetto stesso di competenza. Non più passiva acquisizione di informazioni da organizzare ed estrarre all’occorrenza dagli archivi della memoria, ma costante tensione verso l’apprendimento, inteso come ricerca, valutazione, selezione di fonti affidabili per la costruzione delle competenze necessarie all’applicazione reale, con un sostanziale spostamento del focus dall’informazione all’obiettivo.
E qui emerge il paradosso contemporaneo tra questo nuovo concetto di competenza e un sistema di valutazione che ancora dà la priorità alla nozione memorizzata, più che al pensiero critico.



