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Economia

Il Mondiale che "vale" mezzo punto di PIL: la più bella favola dell'economia (a cui conviene non credere troppo)

di Pietro Alò e Antonello Cassone

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Blast
lug 22, 2026
∙ A pagamento

Ogni volta che una nazionale alza la coppa, puntuale come le cicale d’estate, torna lo studio che promette la crescita. Stavolta tocca alla Spagna campione del mondo 2026, e la tesi che gira sui social — impacchettata benissimo, va detto — suona così: vincere il Mondiale non regala solo i 50 milioni di dollari del montepremi FIFA, ma un vero e proprio scatto del PIL, stimato in uno +0,48 per cento nei due trimestri successivi alla finale. Fonte citata: uno studio di M. Mello sull’Oxford Bulletin of Economics and Statistics.

Numeri seri, rivista seria. E allora perché un commercialista dovrebbe storcere il naso invece di stappare? Perché il diavolo, come sempre, sta nei trimestri. Partiamo da ciò che è vero, perché c’è del vero. La distinzione più intelligente del ragionamento è quella tra ospitare e vincere. Organizzare i Mondiali, contrariamente alla vulgata, spesso non dà spinta al PIL: a volte la toglie. Il caso di USA ‘94 è da manuale — fino a 9,3 miliardi di dollari di perdite per le città ospitanti, complice l’overinvestment in infrastrutture che poi restano vuote. Cattedrali nel deserto con l’erba sintetica.

Vincere, invece, sposta qualcosa di reale: più visibilità internazionale, un effetto-traino sui prodotti-simbolo dell’export — olio, vino, moda, turismo — che sull’onda emotiva della vittoria diventano più appetibili sui mercati globali. Fin qui la logica tiene. Il brand-Paese esiste, e una vetrina planetaria da un miliardo di spettatori non è acqua. Ma è proprio qui che scatta il “gne gne” necessario, quello che distingue l’analisi dall’entusiasmo. Primo: lo studio stesso, onestamente citato anche nel post, mette il timer. L’effetto dura tendenzialmente due trimestri. Poi svanisce. Tradotto in linguaggio da bilancio: non è crescita strutturale, è una posta straordinaria, un provento una tantum che gonfia il conto economico di un semestre e sparisce dal successivo. Chiunque abbia mai riclassificato un bilancio sa che la componente non ricorrente non si capitalizza e non si proietta.

Un’azienda che festeggiasse un incasso straordinario spacciandolo per nuovo fatturato ricorrente meriterebbe un richiamo dal revisore. Uno Stato che facesse lo stesso con mezzo punto di PIL da euforia calcistica meriterebbe lo stesso trattamento. Secondo, e più insidioso: lo 0,48 per cento è una correlazione, non una macchina distributrice. L’emotività, dice il post con immagine felice, muove i numeri solo nel breve termine — esattamente come nei mercati finanziari. Verissimo, e proprio per questo pericoloso.

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