Il mito dell’autosufficienza e la struttura del valore: perché l’aggregazione professionale è il nuovo standard
di Matteo Frosi
Il mercato ha cambiato pelle, ma le strutture che dovrebbero proteggerlo sono rimaste ancorate a un’estetica novecentesca. Per decenni, l’imprenditore ha coltivato il mito del “genio solitario” e, specularmente, si è circondato di consulenti solisti: un commercialista per i conti, un avvocato per i contratti e un consulente finanziario per gli investimenti. Ognuno nel suo ufficio, ognuno con la sua verità, ognuno con il suo pezzo di puzzle.
Quel puzzle, però, non ha più bordi definiti. È un ecosistema dove una riorganizzazione societaria sposta i confini della tenuta fiscale e incide, contemporaneamente, sulla protezione del patrimonio aziendale e personale. Muoversi in questo spazio mantenendo i saperi separati significa, semplicemente, accettare di avere dei punti ciechi enormi.
La solitudine come debito tecnico
L’imprenditore che oggi si muove tra consulenti che non dialogano tra loro sta contraendo un debito tecnico silenzioso. Ogni volta che riceve un parere fiscale che non tiene conto della tenuta legale di una holding o della flessibilità di una struttura di gruppo, sta creando una crepa nella tenuta stessa della sua azienda.
La complessità non si risolve aggiungendo altri specialisti al tavolo, ma cambiando il tavolo. Il valore non risiede più nella singola competenza - ormai quasi una commodity - ma nella capacità di sintesi. È qui che l’aggregazione professionale smette di essere una forma associativa per diventare una tecnologia di governo del business.
L’aggregazione è un’esigenza biologica dell’economia



