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Diritto

Il legislatore distingue tra femminicidio e omicidio. Ecco perché

di Immacolata Duni

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Blast
giu 17, 2026
∙ A pagamento

Ogni volta che si torna a discutere di femminicidio, emerge puntualmente la stessa obiezione: perché distinguere i due reati? In fondo, un omicidio è un omicidio. Questa è una frase apparentemente ragionevole, ma che rivela una profonda incomprensione del fenomeno che il legislatore ha cercato di affrontare.

Perché il punto non è attribuire un valore diverso alla vita delle vittime. La vita di un uomo o di una donna ha lo stesso, identico valore. Ci mancherebbe altro. Il punto è comprendere che non tutti gli omicidi nascono dalle stesse dinamiche, producono gli stessi effetti sociali o rispondono alle stesse logiche. E proprio per questo il diritto, a volte, sceglie di distinguerli.

Ridurre il femminicidio a un semplice omicidio significa ignorare il contesto nel quale questo delitto matura. E significa non comprendere perché il legislatore italiano abbia ritenuto necessario intervenire in modo sempre più incisivo negli ultimi anni.

Non tutte le donne assassinate sono vittime di femminicidio

Uno degli equivoci più diffusi consiste nel credere che ogni omicidio avente come vittima una donna sia automaticamente un femminicidio. Non è così. Dal punto di vista criminologico e giuridico, il femminicidio individua una forma specifica di violenza che colpisce la donna proprio in quanto donna.

Si tratta di delitti che molto spesso maturano all’interno di relazioni affettive, familiari o sentimentali e che traggono origine da dinamiche di possesso, controllo, gelosia patologica, rifiuto della separazione o incapacità di accettare l’autodeterminazione della vittima.

Le cronache giudiziarie degli ultimi anni mostrano una costante inquietante. In molti casi l’omicidio rappresenta l’ultimo atto di una violenza di genere iniziata molto tempo prima attraverso minacce, stalking, vessazioni psicologiche, controllo economico o aggressioni fisiche. È questa dimensione strutturale che rende il fenomeno diverso dalle altre forme di omicidio.

Chi continua a ripetere che “una vittima è una vittima” coglie una verità solo parziale. Certamente ogni vita ha lo stesso valore. Ma il diritto ha tentato di analizzare non soltanto l’evento finale, ma anche le cause, le dinamiche, il background e i contesti nei quali il reato si sviluppa.

Perché il legislatore ha scelto di intervenire

Contrariamente a quanto talvolta si sostiene nel dibattito pubblico, il legislatore non interviene per ragioni simboliche o ideologiche. Negli ultimi anni l’ordinamento italiano ha progressivamente rafforzato gli strumenti di contrasto alla violenza di genere attraverso una serie di interventi normativi.

Basti pensare alla Legge n. 69 del 2019, nota come “Codice Rosso”, che ha accelerato le procedure per i reati di violenza domestica e di genere, imponendo tempi più rapidi per l’ascolto delle vittime e rafforzando le misure di protezione.

Ancora più importante è la recente introduzione della disciplina specifica sul femminicidio, fortemente sostenuta dall’attuale Governo, che ha riconosciuto la necessità di affrontare il fenomeno con strumenti normativi adeguati alla sua gravità sociale.

Questa legge ha introdotto l’articolo 577 bis del Codice Penale, che recita: “Chiunque cagiona la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione o come atto di controllo o possesso o dominio in quanto donna, o in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali è punito con la pena dell’ergastolo. Fuori dei casi di cui al primo periodo si applica l’articolo 575.”

Il messaggio del legislatore è chiaro: non si tratta di differenziare vittime di serie A e vittime di serie B. Si tratta di riconoscere che esiste un fenomeno criminale con caratteristiche proprie e che, proprio per questo, richiede una risposta altrettanto specifica.

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