“Il lavoro e l’illusione” - SPECCHI DIGITALI – RACCONTI E RIFLESSIONI SULL’UMANITÀ RIFLESSA NELLE SUE MACCHINE
di Gabriele Silva
C'è un momento in cui ci chiediamo se il lavoro che stiamo facendo sia davvero utile.
Se il report che stiamo compilando, la mail che stiamo rileggendo per la quinta volta, il task segnato come urgente sulla piattaforma abbia un impatto reale…
Oppure sia solo un'altra forma di movimento simulato.
Un gesto che serve a dimostrare che ci siamo. Che stiamo funzionando. Che siamo ancora “presenti”.
In Ubik, Philip K. Dick ci trascina in un mondo che si sfalda davanti agli occhi.
Il tempo regredisce. Gli oggetti si smaterializzano.
La realtà si trasforma in una pellicola che si riavvolge.
I vivi dialogano con i morti, e i morti… non sono davvero morti.
È un universo instabile, governato da forze che manipolano ogni percezione.
E l’unica salvezza sembra essere Ubik, una sostanza misteriosa e ambigua che – forse – protegge dalla dissoluzione.
Ma cos'è Ubik davvero?
Una cura? Una bugia? Un’illusione necessaria?
Forse Ubik è esattamente quello che è il lavoro per molti di noi oggi:
una struttura fittizia, rassicurante, che ci tiene insieme mentre tutto intorno cambia.
Nel mondo di Dick, i personaggi si muovono dentro una realtà che non è più condivisa.
Ognuno vive una versione personale del tempo, dello spazio, della verità.
E anche noi, nel nostro quotidiano, viviamo in bolle digitali in cui le priorità, le urgenze, i valori cambiano a seconda della piattaforma, del cliente, del capo, dell'algoritmo che ci osserva.
C'è una nuova forma di alienazione che non nasce dal lavoro fisico, ma da quello cognitivo: la sensazione di fare cose che sembrano importanti, ma che si dissolvono non appena le abbiamo terminate.
Di partecipare a meeting in cui nessuno ascolta davvero.
Di redigere documenti che nessuno leggerà mai.
Di vivere giorni pieni, ma vuoti.
Dick ci mostra un mondo in cui la realtà si corrompe lentamente, senza che ce ne accorgiamo.
E ci dice – tra le righe – che non è il caos il vero nemico.
È l’adattamento passivo al caos.
Nel lavoro contemporaneo ci siamo abituati all’instabilità.
A cambiare software ogni sei mesi.
A imparare strumenti che invecchiano prima ancora di diventare competenze.
A rincorrere obiettivi che si aggiornano in tempo reale.
E mentre tutto questo succede, ci diciamo che va bene così.
Che è normale.
Che è la modernità.
Ma a volte, nel silenzio tra una call e l’altra, sorge il dubbio:
E se fosse solo una grande illusione condivisa?
Come i personaggi di Ubik, continuiamo a vivere in un presente instabile, a replicare ruoli, a parlare in codice, a fingere certezze.
Ma sotto, molto sotto, sentiamo che qualcosa non torna.
Che stiamo lavorando in uno scenario che potrebbe dissolversi da un momento all’altro.
E allora ci aggrappiamo ai nostri piccoli “Ubik”:
un workflow che funziona, una dashboard che dà sicurezza, una routine che rassicura.
Ma non possiamo ignorare la domanda che Dick ci suggerisce: chi comanda davvero la realtà in cui viviamo e lavoriamo?
È il nostro pensiero?
È un algoritmo?
È una cultura d’impresa che muta come un virus?
L’illusione più pericolosa non è quella creata da una macchina.
È quella che ci creiamo da soli, per non guardare il vuoto sotto le nostre attività quotidiane.
Forse il futuro del lavoro non è la scomparsa dell’umano.
Ma la sua lenta conversione in spettro operativo: presente, funzionante, connesso… ma irrilevante.