Ci sono sentenze che risolvono una controversia. E poi ci sono sentenze che, quasi senza volerlo, raccontano qualcosa del nostro modo di guardare il lavoro. La Cassazione, con l’ordinanza n. 17754 del 3 giugno scorso, affronta il caso di un autista sottoposto per anni a turni gravosi, mezzi inadeguati e condizioni di lavoro usuranti, riconoscendo il diritto al risarcimento integrale del danno subito. Ma il passaggio più interessante non riguarda il nesso causale tra lavoro e malattia. Riguarda il valore che attribuiamo alla fragilità delle persone.
Il datore di lavoro aveva sostenuto che il lavoratore fosse già affetto da obesità, diabete e ipertensione e che tali condizioni avrebbero dovuto ridurre l’entità del risarcimento. Un ragionamento che, a prima vista, può apparire persino intuitivo: se una persona parte da una situazione di salute compromessa, perché attribuire integralmente al lavoro le conseguenze dell’evento dannoso? Tuttavia, proprio qui la Corte richiama un principio che merita attenzione.
Secondo i giudici, le patologie pregresse rappresentano una concausa naturale e non un comportamento colpevole del lavoratore. Per questo motivo non possono essere utilizzate per ridurre automaticamente la responsabilità datoriale. Se la condotta del datore di lavoro è stata una condizione necessaria dell’evento, la presenza di fattori naturali concorrenti non giustifica un frazionamento del danno. In altre parole, la vulnerabilità della vittima non diventa uno sconto per chi ha contribuito a provocare il danno.
È una conclusione che va oltre il singolo caso. Viviamo in una società che invecchia, in cui sempre più lavoratori convivono con patologie croniche, fragilità fisiche o condizioni di salute non perfette. Se accettassimo il principio opposto, finiremmo per affermare che chi è più fragile merita una tutela minore rispetto a chi gode di una salute impeccabile. Un paradosso difficile da sostenere, sia sul piano giuridico sia su quello etico.
Del resto, l’articolo 2087 del Codice civile impone al datore di lavoro di tutelare l’integrità fisica del lavoratore reale, non quella di un lavoratore ideale. Non esiste un dipendente astratto, giovane, sano e privo di fattori di rischio. Esistono persone concrete, con le loro caratteristiche, i loro limiti e le loro vulnerabilità. La sicurezza sul lavoro non può essere progettata per l’uomo perfetto e poi adattata agli altri.



