Lodi, gennaio 2026. Due ragazze tra i venti e i trent’anni, nessun precedente penale. La Guardia di Finanza ricostruisce i conti correnti: una ha incassato 120.000 euro, l’altra 130.000. Canoni di abbonamento mensile su OnlyFans, qualche bonifico arrivato come “donazione” dai follower. Mai dichiarato niente, dal 2021 al 2025.
Storia ordinaria di un’indagine bancaria, fino a una riga in fondo al verbale: oltre a Irpef e Iva, i finanzieri contestano anche la cosiddetta tassa etica. Un’addizionale del 25 per cento, introdotta con la legge di bilancio 2005 e in vigore dal 2006, che pochissimi, fuori dal settore, sanno che esiste.
Per capire perché quella riga conta più delle altre due, bisogna tornare all’articolo 53 della Costituzione. Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Non dice “tutti quelli che lavorano in regola”. Non dice “tutti quelli che svolgono un’attività moralmente accettabile”. Dice tutti. Una norma che esclude dalla tassazione un certo tipo di reddito perché ritenuto sporco crea un problema più grande di quello che vuole risolvere: chi guadagna in un modo discutibile finirebbe per pagare meno di chi guadagna onestamente. È l’articolo 3 a chiudere la porta da quel lato. Uguaglianza davanti alla legge, anche quando la legge preferirebbe distogliere lo sguardo.
È così che la Cassazione, con l’ordinanza n. 1285 del 21 gennaio 2026, ha confermato che l’esercizio abituale e autonomo della prostituzione è una prestazione di servizi come un’altra. Va dichiarata, va tassata, e se l’attività è continuativa scatta l’obbligo Iva secondo l’articolo 3 del Dpr 633 del 1972. Il nostro ordinamento non disciplina il meretricio, lo considera contrario al buon costume, ma non lo qualifica reato: per il fisco è un corrispettivo che retribuisce un servizio. Stesso principio che a Massa Carrara, pochi mesi prima, aveva portato la Guardia di Finanza a contestare a un’escort oltre 200.000 euro di compensi non dichiarati, con più di 100.000 euro di imposte tra Iva e Irpef.
Il fisco, qui, non ha naso. Misura quanto, non da dove.
Poi arriva Lodi, e il naso torna. La tassa etica nasce con la legge di bilancio 2005, secondo governo Berlusconi, ministro dell’Economia Giulio Tremonti, in vigore dal 2006: un’addizionale del 25 per cento sui redditi da produzione, distribuzione o vendita di materiale pornografico. Per vent’anni resta una norma per pochi iniziati, pensata per un mondo fatto di Dvd e siti a pagamento. Poi arrivano i creator, e l’Agenzia delle Entrate deve rispondere a un interpello per chiarire se si applichi anche a loro. La risposta n. 285/E del 4 novembre 2025 dice di sì: vale anche per chi sta in regime forfettario, vale per chi vende abbonamenti su OnlyFans.
Qui però il criterio cambia natura. Non basta più sapere quanto hai guadagnato. Bisogna sapere cosa hai mostrato. La tassa etica si applica solo a immagini e video che ritraggono un rapporto sessuale esplicito e non simulato tra due persone consenzienti. Una creator che posa da sola, anche in modo molto esplicito, resta fuori. Stessa piattaforma, stesso pubblico pagante: ma se nel video c’è una sola persona l’aliquota è quella ordinaria, se ce ne sono due sale del 25 per cento. Qualcuno, dentro l’amministrazione fiscale, deve guardare il contenuto e contare i corpi in scena.



