IL FISCO IN UN CAFFÈ - Il pedaggio del “doppio comando”: controllo ed esenzione nel passaggio generazionale
a cura di Andrea Daglio, Francesco Licenziato, Matteo Piva, Francesco Viggiani
La Risposta a interpello n. 143/2026 racconta un passaggio generazionale costruito con la cautela di chi, prima di cedere la guida, vorrebbe mettere al riparo ogni curva. Al figlio vengono affidati il volante della holding e il 95 per cento dei diritti di voto; il padre, però, conserva alcuni comandi decisivi. Ed è proprio qui che il viaggio si complica: perché accompagnare il successore è naturale, ma se chi siede accanto può ancora frenare e correggere la traiettoria, diventa difficile capire chi sia davvero alla guida.
L’operazione muoveva, del resto, da un disegno dichiaratamente graduale. Attraverso un patto di famiglia, il fondatore intendeva trasferire all’unico figlio la nuda proprietà del 95 per cento della holding, mantenendo per sé l’usufrutto vitalizio e attribuendo al successore i relativi diritti di voto. Il progetto avrebbe accompagnato, nell’arco di cinque anni, il progressivo ingresso del figlio negli organi amministrativi delle principali società del gruppo: non uno strappo improvviso, dunque, ma un cambio di guida preparato per assicurare continuità all’impresa.
È su questo assetto che interviene l’articolo 3, comma 4-ter, del TUSD. Per le partecipazioni societarie, l’esenzione dall’imposta di donazione non segue automaticamente la quantità delle quote trasferite: richiede che il beneficiario acquisisca — o integri — il controllo previsto dall’articolo 2359, primo comma, n. 1, del Codice civile e lo conservi per almeno cinque anni. Ma, come ricorda l’interpello, non basta poter contare la maggioranza dei voti; occorre poterli usare per determinare le deliberazioni dell’assemblea ordinaria nel loro complesso. Perché avere il volante tra le mani non significa ancora guidare, se la direzione continua a dipendere da altri comandi.



