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Economia

Il difficile identikit di un forfettario

di Stefano Ricca

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Blast
lug 01, 2026
∙ A pagamento

Oltre settantaduemila partite IVA in regime forfettario, nel 2024, hanno fatturato zero euro. Per la precisione 72.374. Lo dice la Corte dei conti nella relazione sul rendiconto generale dello Stato, presentata al Parlamento il 24 giugno. Non redditi bassi. Zero. Una partita IVA aperta, attiva sulla carta, che durante tutto l’anno non ha incassato un euro.

Bisogna fermarsi su questo numero prima di arrivare al resto, perché il resto lo conosciamo già, ma raccontato male. Si dice che il forfettario sia il regime dei furbi, il paradiso fiscale di chi guadagna tanto e paga come chi guadagna poco. Si dice anche il contrario, che sia diventato il regime del nuovo ceto medio autonomo, professionisti e artigiani con un giro vero, dopo che la soglia è salita da 65mila a 85mila euro nel 2023. Sono storie comode, e nel frattempo il regime è cresciuto fino a coprire il 52 per cento di tutte le partite IVA italiane. Più di una su due. I numeri raccontano una terza cosa, più scomoda di entrambe.

Nel 2024 i forfettari erano 2.027.665, il 24,7 per cento in più rispetto al 2019. Di questi, 936.000 fatturano tra zero e 20mila euro, quasi uno su due. Altri 733.830 stanno tra 20mila e 50mila, 276.758 tra 50mila e 80mila. Solo 81.077 superano gli 80mila, la fascia a ridosso del limite di 85mila che permette di restare nel regime. Il ceto medio raccontato dalla politica esiste, ma è una minoranza statistica annegata in una massa che assomiglia ancora moltissimo a quella di dieci anni fa: il popolo delle partite IVA, basso reddito, pochi costi, spesso un solo cliente.

Dentro questa massa ci sono almeno tre storie diverse, e la statistica le tiene chiuse nella stessa scatola.

C’è chi sta a zero. Settantaduemila persone che hanno aperto una posizione fiscale e non l’hanno mai davvero usata, o l’hanno usata e poi si sono fermate senza chiuderla. Sono il progetto che non è partito, il secondo lavoro mai cominciato, la prudenza di chi tiene la partita IVA come si tiene un ombrello in macchina, per ogni evenienza. Il fisco li conta come forfettari. Ma restare lì, a zero, non costa quasi niente: per la maggior parte di loro l’unico obbligo reale è la dichiarazione dei redditi una volta l’anno, niente altro. È il regime più silenzioso che esista, il posto perfetto per chi non sa ancora se ricomincerà, o se ha già smesso senza dirlo a nessuno.

C’è chi sta sotto i 20mila, la maggioranza assoluta. Free lance, consulenti agli inizi, lavori che integrano altro, mestieri che non hanno mai avuto bisogno di una contabilità complessa perché i ricavi reali sono pochi e i costi pure. Per loro il regime non è un’astuzia: è la cosa più semplice che esiste, niente IVA da liquidare, niente fatture di costo da inseguire, e nessun voto di affidabilità da ricevere. Gli ISA, che ogni anno classificano le altre partite IVA, il forfettario non li vede nemmeno, come se l’affidabilità fosse già scritta nel regime e non ci fosse bisogno di dimostrarla. Il vantaggio fiscale rispetto all’ordinario, a questi livelli, è reale ma non enorme. Quello che pesa è il tempo risparmiato, non l’imposta.

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