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Economia

Il commercialista e il direttore d'orchestra: quando Kobe Bryant capì la leadership prima di noi

di Stefano Niccolai

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Blast
apr 24, 2026
∙ A pagamento

Nel 2008, dopo una sconfitta umiliante, il più grande cestista della sua generazione telefonò al compositore di Guerre Stellari per imparare a guidare un team. C’è una lezione in quella conversazione che riguarda ogni studio professionale italiano. Ed è scomoda.

È il giugno del 2008. I Los Angeles Lakers hanno appena perso le Finals NBA contro i Boston Celtics con una delle sconfitte più brucianti della storia recente della lega: 131 a 92 in gara sei. Kobe Bryant, MVP della stagione, il giocatore che sta definendo un’epoca, non va in vacanza. Chiama al telefono John Williams.

Per chi frequentasse poco i cinema e le sale da concerto: John Williams è il compositore che ha firmato le colonne sonore di E.T., Indiana Jones, Guerre Stellari, Harry Potter. Cinque premi Oscar. Qualche decennio alla guida delle più grandi orchestre del mondo. Un curriculum che non compare di solito nelle pagine sportive.

Bryant spiegò poi il ragionamento così: «Sentivo che c’era qualcosa da imparare dal modo in cui compone i suoi brani e dal modo in cui dirige un’orchestra. Ha così tanti strumenti, così tante sezioni; tutti si comportano in modo indipendente l’uno dall’altro, ma tutti si affidano l’uno all’altro per creare qualcosa di immortale». Una squadra di basket funziona allo stesso modo.

Williams prese la richiesta sul serio. In una conversazione di quaranta minuti spiegò al campione come si esercita un’autorità che non soffoca ma amplifica il talento altrui; non come si impongono i tempi, ma come si fanno crescere i musicisti. I due si risentiranno più volte negli anni successivi, perché Bryant voleva feedback concreti sull’applicazione di quegli insegnamenti. Al termine della stagione 2008-2009 i Lakers vinsero il titolo, e lo rivinsero l’anno dopo.

Prima del 2008 Kobe Bryant aveva una reputazione precisa: tecnicamente infallibile, personalmente opprimente. Era il più bravo, lo sapeva, e si comportava di conseguenza. Correggeva i compagni con l’autorità di chi ha già la risposta in tasca. Il risultato era un team che performava quando lui era in forma e si sgretolava quando lui si fermava. Un’orchestra in cui il primo violino suonava anche le parti degli altri, e la partitura restava senza nessuno che la leggesse davvero.

Il problema non era il talento. Era che il talento occupava tutto lo spazio, senza lasciare posto alla crescita di nessun altro.

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