Asciugandosi la fronte dopo l’ultima semina di cavolfiori, con l’odore del concime ancora forte nell’aria e quella dignità contadina che sopravvive persino al modello Redditi, arriva la triste notizia: l’attività professionale del commercialista non è compatibile con quella dell’imprenditore agricolo professionale.
Ad affermarlo è il Pronto ordini del CNDCEC n. 7 del 12 maggio scorso.
Una sola parola per esprimere il disappunto: cavoli!
Nell’apprendere la notizia, la zappa cade sui piedi. Ma il dolore fisico è una formalità. Quello vero è morale, una grandinata improvvisa sul cuore, una peronospora dell’anima. Da “pianta” a “pianto”, del resto, il passo è breve. E spesso fiscalmente indeducibile.
Il commercialista, già provato da bilanci, dichiarazioni e altri adempimenti del cavolo, trovava nell’orto l’unico rapporto sincero della sua giornata. La zucchina non fingeva. Il pomodoro non chiedeva una call. Il cetriolo non parlava di pianificazione strategica. E invece no. Anche quella piccola consolazione agreste gli viene sottratta in nome della purezza ordinistica.
Perché il messaggio, in fondo, è chiaro. Il commercialista può occuparsi di società decotte, patrimoni in decomposizione, crediti inesistenti e clienti che mentono con compostezza. Ma guai a lui se coltiva un filare con eccessiva professionalità. Il dissesto sì, il dissodamento no.
Come farà ora a combattere la sua depressione cronica, quella che si manifesta puntualmente a ogni scadenza LIPE come una maledizione mesopotamica? Come svuoterà la mente dalla routine professionale, se perfino la terra gli viene sottratta da un parere?



