IL COMMENTO - Rispondere a. Rispondere di. Il perimetro della responsabilità (per il professionista e per l’imprenditore)
di Stefano Ricca
Erano altri tempi. Prima del codice della crisi, prima che esistessero strumenti per gestire l’insolvenza senza precipitare. Allora si falliva, e basta. Stava per fallire. Lo sapeva, lo sapevano i fornitori, le banche, il fisco. Ma, come spesso accade a certi imprenditori, non si era dato per vinto. Era convinto di poter rientrare e aveva chiesto ai creditori un rientro, palesando le sue difficoltà. Tutti avevano accettato una rateizzazione. Tutti avevano scelto un pagamento dilazionato piuttosto che il nulla di un fallimento. Il tribunale lo ha condannato lo stesso: aveva reiterato uno stato di insolvenza.
Aveva risposto a tutti quelli che gli avevano chiesto di rispondere. Non era bastato.
Responsabilità viene da respondere. Rispondere a una chiamata, presentarsi, render conto. C’è sempre qualcuno dall’altra parte, qualcuno che ha chiamato, qualcuno a cui si deve qualcosa. La responsabilità nasce da una relazione. Non esiste nel vuoto.
Eppure nella lingua italiana convivono due costruzioni che non dicono la stessa cosa. Rispondere a qualcuno di qualcosa: c’è un mandato, un incarico, una relazione precisa. Rispondere di qualcosa: c’è uno stato, una condizione oggettiva, indipendente da chi ti ha chiamato e per cosa. Nel primo caso la responsabilità ha un perimetro. Nel secondo no.
Quell’imprenditore aveva risposto a – ai creditori, uno per uno, palesando le sue difficoltà, accettando le condizioni. Il tribunale lo ha giudicato per lo stato di insolvenza che persisteva, indipendentemente da quello che aveva fatto e da chi aveva accettato. Sembrano sfumature. Non lo sono.
In questi giorni la Cassazione sta ridisegnando il perimetro della responsabilità del professionista. Non attraverso una riforma, non con una legge. Attraverso sentenze che nascono da casi concreti, spesso patologici, spesso connotati da frodi evidenti, e che producono principi generali. Principi che poi ricadono su tutti. Lo hanno analizzato con precisione, su queste pagine, Luigi Lovecchio e Giacomo Monti, e più di recente Simona Baseggio e Barbara Marini. Quello che mi interessa è un passo prima: la parola.
Il nodo è sempre lo stesso. Un commercialista trasmette una dichiarazione. Ha un incarico preciso, un mandato definito. Risponde a quel mandato. Ma se nel frattempo teneva anche la contabilità del cliente, la Cassazione dice che avrebbe dovuto sapere. Che le informazioni c’erano. Che il controllo era esigibile.
Non risponde più solo a ciò che gli è stato chiesto. Risponde di ciò che era conoscibile.
È lo stesso slittamento. Un perimetro che si credeva definito, l’incarico, il mandato, la relazione, che si allarga fino a coincidere con uno stato oggettivo. La conoscenza possibile diventa responsabilità effettiva. Senza che nessuno lo abbia detto esplicitamente.
C’è qualcosa che accomuna l’imprenditore condannato nonostante i creditori avessero accettato e il professionista chiamato a rispondere di ciò che avrebbe potuto sapere. In entrambi i casi il perimetro della responsabilità si è allargato fino a perdere i confini della relazione che l’aveva generata. Non c’è più un mandato, un incarico, una chiamata a cui rispondere. C’è uno stato, di insolvenza, di conoscenza possibile, che basta da solo.
Quando la responsabilità smette di essere una relazione e diventa uno stato, cambia qualcosa di fondamentale. Non si risponde più a qualcuno. Si risponde di tutto ciò che rientra nel perimetro, per quanto quel perimetro sia stato disegnato da altri, dopo, senza che tu potessi saperlo.
Chiamarla ancora responsabilità è lecito. Ma vale la pena chiedersi se stiamo usando la parola giusta.


