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Economia

Il calcio italiano? Squadra che perde non si cambia – Il mancato accesso ai Mondiali genera una perdita superiore ai 570 milioni

di Diego Zonta

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Blast
apr 08, 2026
∙ A pagamento

La nazionale di calcio italiana non partecipa ai Mondiali dal 2014 e non passa la fase a gironi da quando li ha vinti nel 2006 e ora dovrà aspettare almeno fino al 2030. Tre mancate qualificazioni in dodici anni, contro avversarie sempre inferiori sulla carta — mentre la Serie A perde terreno rispetto ai principali campionati europei. Il nodo non è tattico, non è il commissario tecnico sbagliato. È sistemico, e affonda le radici nel calcio giovanile, nella cornice giuridica che lo ha governato per decenni e nella governance del sistema stesso.

Per capire la crisi bisogna partire da un istituto tecnico-giuridico che troppo pochi conoscono: il vincolo sportivo. In sintesi: un ragazzo di 12 anni che si iscriveva a una scuola calcio firmava qualcosa che lo legava a quella società per anni — fino ai 25 in certi casi. Se un club più strutturato lo avesse voluto portare in un ambiente migliore, avrebbe dovuto pagare un corrispettivo spesso proibitivo. Una distorsione evidente: il vincolo nasceva per tutelare chi forma i giovani, ma nella pratica tutelava soprattutto chi li trattiene, indipendentemente dalla qualità della formazione offerta. Il paradosso più stridente è che questa compressione della libertà sopravviveva solo nel dilettantismo — il settore professionistico ne era già uscito da tempo. Nella realtà concreta questo significava che famiglie di ceto medio-basso non potevano permettersi di “liberare” il figlio da una società che non lo faceva crescere. Il talento non si distribuisce per censo, ma il sistema di fatto lo filtrava per reddito. Il D.Lgs. n. 36/2021 ha segnato la svolta formale, abolendo il vincolo e sostituendolo con un “premio di formazione tecnica” dovuto al momento del primo contratto professionistico — meccanismo simile agli indennizzi FIFA. L’idea è corretta nel principio. L’attuazione, però, ha rivelato criticità serie: il premio si calcola sulla base del dato temporale, cioè quanti anni un club ha tenuto tesserato un ragazzo, non sulla qualità della formazione ricevuta. Una società che ha bloccato un talento per cinque anni senza allenatori qualificati riceve la stessa quota di un vivaio serio. Il rischio concreto è che il vecchio vizio — trattenere per monetizzare, non per formare — si reincarnasse sotto nuove spoglie burocratiche. E la riforma, annunciata nel 2021, è arrivata nel 2025 con tre anni di proroghe. Le distorsioni giuridiche hanno alimentato un circolo vizioso che i dati rendono impietosi: in Serie A gli Under 21 italiani raccolgono meno del 3 per cento dei minuti giocati, il peso degli stranieri supera stabilmente il 65 per cento del minutaggio totale. Un effetto perverso: la normativa pensata per tutelare i vivai italiani ha finito per incentivare l’acquisto di stranieri già formati altrove, più economici e liberi da burocrazia. Meno spazio per i giovani, meno esperienza, meno risorse per la Nazionale — un circolo che si autoalimenta.

Il modello alternativo esiste e pare funzioni

I casi di Francia e Spagna sono illuminanti perché nascono entrambi da una crisi, non da una tradizione di eccellenza. La Francia costruì dagli anni Ottanta una rete di centri federali con Clairefontaine come fulcro, imponendoli poi per legge anche ai club professionistici, con una filosofia ribaltata rispetto all’Italia: di tattica non si parla, si sviluppano le capacità tecniche — nelle scuole calcio italiane si tocca il pallone la metà delle volte rispetto a quelle francesi e spagnole. La Spagna ha puntato su 70 centri federali territoriali e su una continuità metodologica assoluta: a tutti i selezionatori delle nazionali giovanili viene chiesto lo stesso sistema di gioco, con almeno un giocatore sotto età sempre in campo. In entrambi i casi, una scelta strutturale calata dall’alto, impopolare all’inizio, che ha trasformato un movimento intero nel giro di vent’anni.

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