L’evoluzione dell’intelligenza artificiale, in particolare nelle sue applicazioni più avanzate di machine learning e generative AI, sta progressivamente e rapidamente mettendo in discussione le categorie tradizionali del diritto della proprietà intellettuale. Tra queste, la nozione di autorialità appare oggi una delle più esposte a tensioni sistemiche, in quanto storicamente fondata sull’assunto della necessaria riconducibilità dell’opera all’ingegno umano.
Sappiamo tutti infatti che i sistemi di intelligenza artificiale contemporanei sono infatti in grado di generare contenuti complessi – testi, immagini, musica e persino soluzioni tecniche – attraverso processi autonomi di apprendimento e rielaborazione dei dati. Non si tratta più di strumenti meramente esecutivi, ma di sistemi capaci di incidere in modo significativo sul risultato creativo. In tale contesto, la distinzione tra autore e mezzo tecnico tende progressivamente ad attenuarsi, rendendo incerto il perimetro applicativo delle categorie giuridiche tradizionali.
Emblematico, sotto questo profilo, è il famoso caso del sistema DABUS.
Il progetto DABUS (Device for the Autonomous Bootstrapping of Unified Sentience) rappresenta uno dei più significativi tentativi di mettere in discussione i fondamenti giuridici e filosofici della creatività e dell’invenzione nell’era dell’intelligenza artificiale. Ideato da Stephen Thaler, DABUS è stato concepito non come un semplice strumento di supporto all’attività inventiva umana, ma come un sistema capace di generare autonomamente soluzioni tecniche nuove, senza un intervento creativo diretto da parte dell’uomo.



