I libri di Selezione del Reader’s Digest non sapevano di essere inclusivi
di Nereo Seppia
Oggi va molto di moda parlare di democratizzazione della cultura.
Lo si fa nei convegni, nei festival, nei podcast, nelle newsletter. La cultura deve essere accessibile, inclusiva, aperta, popolare, condivisa, orizzontale, partecipata. Possibilmente sostenibile, resiliente e magari anche biodegradabile.
Poi però capita (al sottoscritto spesso) di camminare per mercatini del modernariato o dell’antiquariato e, nascosto sotto fumetti avanguardisti o bambole di pezza che sono state la gioia passata di qualche bambina, spunta un vecchio volume di Selezione del Reader’s Digest e improvvisamente, oltre all’irrefrenabile impulso di comprarlo, la mente comincia a volteggiare nei ricordi.
Perché quei libri hanno un difetto imperdonabile. Hanno democratizzato davvero la cultura. Non a parole, non nei manifesti programmatici, non nelle slide di un seminario finanziato da qualche bando, ma hanno fatta entrare la cultura nelle case senza fare rumore.



