I bonus non sono il problema dell’Italia. Il sistema che li rende necessari, sì
di Natalia Piemontese
Negli ultimi anni la spesa pubblica italiana si è progressivamente spostata verso misure di sostegno diretto: bonus, crediti d’imposta, agevolazioni fiscali di vario genere. Secondo i dati del Ministero dell’Economia, solo tra il 2020 e il 2025 queste misure hanno assorbito decine di miliardi di euro, diventando una componente strutturale della nostra politica economica, andando ben oltre quindi la primordiale natura di tipo emergenziale.
Questo significa che in un contesto segnato da crisi ripetute, come pandemia, inflazione, caro energia, l’intervento pubblico ha avuto sì l’obiettivo di sostenere redditi e consumi; tuttavia ora è proprio osservando la continuità di queste misure che sorge un dubbio: quanto è ancora necessario come risposta temporanea e quanto invece è diventato sistema?
In un recente intervento, Veronica De Romanis - economista docente alla Luiss e alla Stanford University, autrice de “L’economia della paura”- ha definito proprio così questo scenario: un modello in cui le scelte politiche non puntano a trasformare il sistema bensì a gestirne l’instabilità, evitando interventi che possano generare conflitto o perdita di consenso. Il risultato è un equilibrio fragile, costruito più sulla compensazione che sulla riforma.
I dati aiutano in questa chiave di lettura. Da un lato, cresce la quantità di risorse destinate a misure di sostegno; dall’altro, restano invariati (o comunque il miglioramento è marginale) indicatori strutturali come l’occupazione, i salari reali e la mobilità sociale. Le politiche economiche, in questo contesto, sembrano rispondere a una logica di breve periodo, perché è vero che intervengono ma per mantenere lo status quo, senza modificare né cercare nuovi equilibri.
Un sistema che investe in modo crescente in bonus e incentivi non sta solo redistribuendo risorse ma agisce anche su un altro piano, andando a ridefinire il rapporto tra cittadino e Stato, che a questo punto si fonda sulla temporaneità e sull’adattamento continuo.
In questo quadro si inserisce il dato generazionale richiamato da De Romanis, in riferimento anche all’ultimo referendum. Il comportamento elettorale dei giovani, che appare ormai sempre più distante, intermittente o esplicitamente critico, non può ridursi a una mera disaffezione politica ma diventa esso stesso un indicatore economico implicito.
I giovani sono a oggi la categoria meno intercettata da questo modello basato sui bonus e non sul lavoro, in quanto meno coperti da sistemi di protezione, più esposti a precarietà e bassi salari e con meno benefici diretti provenienti dalle principali misure redistributive.
L’economia della paura protegge ciò che esiste ed esclude ciò che si dovrebbe costruire
Assodato dunque che i bonus funzionano più o meno bene nel breve periodo - e i dati dimostrano che spesso producono effetti immediati su consumi e redditi- la questione su cui spostarsi è un’altra. La perdita di una prospettiva condivisa di futuro diventa una possibilità reale, conseguenza della stagnazione e di una risposta economica concentrata sulla sola gestione dell’esistente.
Alla luce di questa riflessione, il dato economico cambia significato: non è più solo una misura di quanto si distribuisce, ma del perimetro entro cui si sceglie di restare. Un perimetro che orienta le priorità della spesa pubblica e che, nel farlo, rischia di lasciare ai margini ciò che non è immediato: nuove traiettorie, investimenti strutturali, idee di futuro e altre alternative da immaginare, a oggi rimandate ad oltranza.


