Quando nel 2022 è stato introdotto l’Assegno unico universale (AUU), molti hanno dato per scontata una conseguenza: la fine definitiva degli assegni per il nucleo familiare. In parte è stato così. Ma solo in parte. Gli Assegni per il nucleo familiare (ANF) non sono realmente scomparsi. Sono semplicemente usciti dal centro del sistema di welfare familiare italiano, trasformandosi in una prestazione residuale che continua però a sopravvivere per categorie molto specifiche di nuclei familiari. E la Circolare INPS n. 61 del 26 maggio lo ricorda chiaramente, aggiornando ancora una volta livelli reddituali e importi applicabili dal 1° luglio 2026 al 30 giugno 2027.
Il punto interessante è proprio questo: il sistema degli ANF continua a esistere in una sorta di “seconda vita” normativa. Dopo il D.lgs. 230/2021, infatti, la prestazione è rimasta in vigore soltanto per nuclei senza figli e non orfanili, composti da coniugi, fratelli, sorelle e nipoti. Non si tratta quindi di una misura abolita, ma di una prestazione sopravvissuta all’interno di un perimetro molto più ristretto e molto meno conosciuto rispetto al passato. Ed è probabilmente proprio qui che emerge una delle caratteristiche più tipiche del welfare italiano: raramente le vecchie prestazioni spariscono davvero. Più spesso vengono ridimensionate, stratificate, ritagliate su categorie residue, creando un sistema sempre più frammentato.
La stessa struttura delle nuove tabelle pubblicate dall’INPS rende evidente questa complessità. Tabelle diverse per nuclei monoparentali, nuclei con componenti inabili, nuclei senza figli ma con fratelli o nipoti a carico, soglie reddituali differenziate e importi che cambiano in funzione della composizione familiare. Si tratta ormai di una disciplina estremamente specialistica, distante anni luce dall’idea originaria dell’assegno familiare come strumento “generalista” di sostegno al reddito.
Anche la rivalutazione annuale conferma questa sensazione di progressiva marginalità. L’INPS ha adeguato le soglie reddituali applicando la variazione FOI ISTAT pari all’1,4 per cento. Tecnicamente il meccanismo è corretto e coerente con quanto previsto dal DL 69/1988. Ma il dato economico racconta anche altro: rivalutazioni così contenute finiscono inevitabilmente per apparire poco percepibili nella vita reale delle famiglie, soprattutto in un contesto in cui il costo della vita continua a rappresentare una delle principali preoccupazioni economiche.



