Giustizia Tributaria 2026: i numeri sorridono, ma il diritto rischia l'eclissi
di Lorenzo Romano
La scorsa settimana, l’Aula Magna della Cassazione ha ospitato l’inaugurazione dell’anno giudiziario tributario, un evento che ha fotografato un sistema in profonda mutazione. Alla presenza del Presidente Mattarella e dei vertici della magistratura e dell’avvocatura, il bilancio tracciato anche dalla Presidente del Consiglio di Presidenza della Giustizia Tributaria Carolina Lussana e dal vice Ministro Maurizio Leo ha evidenziato segnali di miglioramento statistico, lasciando però aperta una questione cruciale: la qualità della giustizia è proporzionale alla sua velocità?
Nonostante gli sforzi, il contenzioso tributario continua a rappresentare una quota abnorme delle pendenze totali della Suprema Corte, attestandosi ancora intorno al 40 per cento del carico complessivo. Il 2025 è stato l’anno della “sfida” all’arretrato: sotto la guida della nuova Presidente (Angelina-Maria Perrino), la sezione tributaria è diventata la più numerosa della Corte con 50 magistrati su 300 complessivi. I risultati numerici sono tangibili: i ricorsi definiti sono stati duemila in più rispetto all’anno precedente e i procedimenti “oltre l’anno” sono calati del 9,4 per cento. Tuttavia, questo “corpo a corpo” con i numeri solleva dubbi sulla tenuta del sistema nel lungo periodo.
Tra le innovazioni spicca la Proposta di Definizione Anticipata (PDA). Questo strumento mira a espellere rapidamente i ricorsi inammissibili o manifestamente infondati prima che arrivino in udienza. I numeri parlano di un successo organizzativo: nel 2025 le proposte sono balzate a 1.835, con un incremento dell’86 per cento.
Il rischio, tuttavia, è che la pressione per smaltire i carichi trasformi questo filtro in un “colino” troppo largo. In una materia stratificata e caotica come quella fiscale, la linea tra un ricorso “seriale” e uno che pone questioni interpretative nuove è sottile. Classificare una causa come manifestamente infondata per inseguire gli obiettivi del PNRR rischia di soffocare la nascita del “diritto vivente” proprio laddove ce ne sarebbe più bisogno.



