FUTURA – Anno 2030 - Episodio 3 Quando il “cosa” fare muore è il “come” farlo che decide la sopravvivenza
di Massimo Pezzini
Roversi si era seduto alla sua scrivania, ma noi tre eravamo rimasti lì, piantati a metà stanza, come se il pavimento ci avesse trattenuti per le caviglie. Nessuno parlava. Nessuno si muoveva. E fu in quell’immobilità sospesa, quasi irreale, che capii una cosa che non avrei più dimenticato: il futuro non è qualcosa che si immagina ma che ti supera in silenzio se stai fermo e non ci provi. Quando finalmente ci voltammo verso l’uscita, ci muovemmo come astronauti in un corridoio infinito e la sensazione appiccicata addosso che ognuno di noi stesse lasciando quella stanza diverso da come ci era entrato e come se quella conversazione non avesse colpito solo il lavoro, ma la nostra identità. Salimmo in auto senza guardarci e in quel tragitto mi resi conto che non stavamo perdendo solo un cliente ma anche un ruolo. Nessuno parlava e fu Nora, che di nuovo ruppe il silenzio.
“Non era arrabbiato” disse piano. “Era deluso. E la delusione… è sempre più definitiva della rabbia.”
La frase rimbalzò nell’abitacolo, Bruno serrò la mandibola mentre io distolsi lo sguardo dall’orizzonte urbano.
Dentro di me sapevo che Nora aveva appena messo un nome alla sensazione che mi inchiodava.
I collaboratori ci guardarono come si guarda qualcuno tornato da un incidente che non vuole raccontare e mentre Valerio si limitò a un cenno educato Cecilia evitò di incrociare i nostri sguardi. Ci chiudemmo in sala riunioni e Bruno si sporse in avanti, già armato dei suoi numeri che, come la coperta di Linus, continuavano a dargli sicurezza.
«Dobbiamo reagire subito. Rivedere i modelli. Rafforzare le previsioni. Aumentare i KPI qualitativi. Niente è compromesso, serve solo…» Lo guardai. Mi sembrava un medico che tenta di curare un infarto misurando la pressione. Nora si sistemò una ciocca dietro l’orecchio e implacabile disse: “Bruno… non è un problema di numeri. È un problema di identità.” «Roversi non ci ha chiesto di fare meglio. Ci ha chiesto chi siamo.»
Me lo stavo chiedendo anch’io da almeno dieci minuti quando lo schermo che era lì vicino si accese con un bagliore. Il cursore iniziò a muoversi compilando campi, validando dei controlli. Poi archiviò davanti ai nostri occhi. Sul margine sinistro apparve un popup con scritto “Setup Agente Autonomo - task completato!”.
Avevamo da poco introdotto gli agenti autonomi, ma fino ad allora non ci era capitato che iniziassero e finissero un’attività in modo autonomo. Completamente autonomo. Benché avessero il nome in testa. Era stata fatta la configurazione ma nessuno credeva potessero portare avanti un compito mediamente complesso in così poco tempo e senza il nostro intervento.
La stanza si raggelò. Bruno diventò dello stesso colore della scrivania, mentre io provai qualcosa che non riuscivo a descrivere, un cocktail in cui tradimento e sollievo erano stati shakerati perfettamente.
Lo sapevamo bene. Gli agenti autonomi fanno questo: agiscono quando tu non hai ancora deciso di farlo. Comprendono pattern prima che tu li riconosca. E fino ad allora eravamo abituati alla guida autonoma delle auto, a validare attività semi lavorate, ma non ad attività che fino a poco tempo fa chiedessero anche uno sforzo intellettuale o una conoscenza tecnica. Ma sapere che ORA poteva “dedurre intenzioni” era qualcosa che alzava ulteriormente la soglia dell’inaspettato.
Il colpo finale arrivò mezz’ora dopo quando un cliente meno importante del nostro portafoglio si presentò senza appuntamento facendosi strada con il classico ma altisonante “volevo solo un parere”.
Aprì una proiezione sul muro bianco dello studio che la sua Ai interna aveva già simulato: scenari fiscali, assetti societari, flussi di cassa, rischi operativi e tre possibili strategie.
Non era aggressivo e percepivo che la volontà era solo quella di comprendere. Si capiva da lontano che voleva darci una mano a giustificare il nostro operato. In questo sembrava del tutto sincero.
Bruno parlò di validazione. Nora parlò di significato. Io…non ebbi il coraggio di dire nulla perché sapevo che la mia risposta non sarebbe stata all’altezza della domanda. Inutile anche solo provarci.
Ma la cosa più spaventosa era che il cliente non voleva provocare, lo si capiva dal tono dimesso con cui ce lo chiedeva. Stava chiedendo un’informazione essenziale per convincersi che continuare a pagarci avesse un senso.
Nel mio studio di registrazione, premetti play su un video vecchio. Il mio volto sullo schermo parlava del “professionista del futuro” con una sicurezza che a riguardarla ora e distanza di così poco tempo, quasi mi irritava. “Saremo noi a guidare il cambiamento” dicevo. Fu così che decisi di fare ciò che fino a quel momento avevo evitato: chiedere alla causa di tutto questo quale potesse essere la soluzione, porgendo una domanda nuda e primitiva.
“Ora… se questo è l’inizio della fine del nostro ruolo, qual è il passo che non vediamo?”
La sfera di vetro sul tavolo non fece alcun suono e per un attimo pensai che avessi detto qualcosa di troppo ingenuo per meritare una risposta, poi la luce cambiò appena e comparve una sola parola: prepararsi.
Rimasi a fissarla, immobile. Prepararsi a cosa? A chi? Fu in quell’istante che accadde qualcosa di impensabile: sotto “prepararsi”, comparve timidamente una seconda parola. “Insieme”.
Prepararsi. Insieme.
Per la prima volta da giorni mi sembrò che uno spiraglio – minuscolo - si fosse aperto. E mentre guardavo quella coppia di parole innocue ma che non lasciavano scampo al dover pensare, capii che la vera domanda non era più cosa dobbiamo fare, perché quella risposta ce l’ha già la macchina: la calcola, la anticipa, la perfeziona fino a renderla sterile.
La domanda è un’altra, e forse è sempre stata un’altra: come. Forse è il come, ciò che la tecnologia non può rubarci. Non può trasformare in un algoritmo il modo in cui scegliamo di stare dentro una relazione o simulare la responsabilità con cui accompagniamo una decisione fragile o prevedere come tenere insieme persone diverse quando i numeri non raccontano abbastanza. Il cosa è efficienza. Il come è identità e riguarda le scelte, chi le compie. In fondo è il come che ci obbliga costantemente a “reinventarci”.
E in quell’istante, piccolissimo, di quelli che ti orientano di qualche grado più in là ma cambiano completamente la traiettoria sulle lunghe distanze, capii che forse il nostro mestiere non era morto. Ma occorreva prepararsi. Insieme. Ritrovando il come, perché in fondo tutto il resto avrebbe potuto venire di conseguenza.


