Forfettario e STP: il 49 per cento non ti salva, e la “rinuncia generosa” della società non vale nulla
di Pietro Alò e Antonello Cassone
C’è una scena che ogni commercialista conosce a memoria. Il cliente arriva con l’idea brillante: “Mi metto al 49 per cento nella società, così non ho il controllo e tengo il forfettario”. Sembra un calcolo perfetto. Peccato che non sempre risulta corretto.
Lo conferma una recentissima risposta a interpello della Direzione Regionale della Puglia, che merita attenzione perché smonta due convinzioni diffuse in un colpo solo. Il caso. Un geometra in regime forfettario vuole entrare in una STP a responsabilità limitata insieme a due colleghi. Le quote: 49 per cento a lui, 49 per cento a un socio, 2 per cento a un terzo. Nessuno ha la maggioranza. Il geometra continuerà a fatturare ai propri clienti storici con la partita IVA individuale, e in più fatturerà prestazioni alla società. La domanda: scatta la causa ostativa dell’articolo 1, comma 57, lett. d) della legge 190/2014?
E qui arriva la mossa che il contribuente riteneva risolutiva. Per neutralizzare il vantaggio fiscale che la norma vuole colpire — tassazione al 15 per cento per il socio, deduzione al 24 per cento per la società — la STP si impegnerebbe a rinunciare alla deduzione di quei costi, con una variazione in aumento in dichiarazione. Logica impeccabile sulla carta: se sparisce il risparmio, sparisce la ragione del divieto. La riconducibilità, sostiene l’istante, diventa così “soggettivamente irrilevante”. L’Agenzia, però, non ci sta. E la sua risposta vale più di mille circolari.



