Nel mio lavoro ho imparato presto che gli imprenditori non sono tutti uguali. C’è l’entusiasta, quello che vede opportunità ovunque e parte prima ancora di aver capito dove sta andando. C’è il prudente, quasi parsimonioso, che misura ogni passo e fatica a prendere decisioni anche quando sarebbe il momento giusto. C’è il disilluso, che ha già sbattuto la testa abbastanza volte da non credere più a nulla. E poi, negli ultimi mesi, sto iniziando a incontrare una nuova categoria: l’imprenditore potenziato dall’intelligenza artificiale.
Non è difficile riconoscerlo. Arriva allo studio con le idee chiarissime, spesso già strutturate, accompagnate da numeri, simulazioni, piani. Ti parla con sicurezza, quasi con una forma di convinzione nuova, più solida di quella che nasce dall’esperienza diretta. Non è più l’intuizione a guidarlo, ma una sorta di “validazione” esterna, continua, apparentemente autorevole. Il problema è che quella validazione, troppo spesso, è solo un riflesso.
L’intelligenza artificiale, per come è costruita, tende ad assecondare il ragionamento. Non perché sia “sbagliata”, ma perché è progettata per essere utile, per portare avanti una conversazione, per sviluppare ciò che le viene dato in input. E qui nasce il primo problema: se il punto di partenza è debole o addirittura errato, il risultato non è una correzione, ma un raffinamento dell’errore. Una lucidatura. Una costruzione logica sopra fondamenta fragili.
E così succede che un’idea mediocre diventa un progetto articolato. Un’intuizione sbagliata diventa un business plan credibile. Un’ipotesi irrealistica si trasforma in una sequenza di passaggi apparentemente sensati. E chi legge, chi interagisce, chi si confronta con questo output, finisce per convincersi ancora di più di avere ragione. Perché il dialogo non lo mette mai davvero in discussione. Lo accompagna.



