E se l’erede non ha intenzione di proseguire l’attività d’impresa del de cuius?
di Maurizio Nadalutti
Il passaggio generazionale dell’impresa è un tema molto attuale. In questo periodo storico sono infatti molti i casi in cui l’azienda si appresta a passare di mano, dall’imprenditore individuale ai propri discendenti.
Sull’argomento si è scritto molto: ormai gli strumenti previsti dall’ordinamento per agevolare il passaggio generazionale dell’azienda sono noti.
Ma cosa accade se i discendenti non intendono proseguire l’attività dell’impresa ereditata?
Si tratta di una situazione tutt’altro che isolata, che va gestita con accuratezza dal punto di vista fiscale, per non rischiare di scivolare in qualche errore che può comportare contestazioni da parte dell’Amministrazione finanziaria.
Focalizzando in prima battuta l’attenzione sulle imposte sul reddito, occorre prendere in esame l’articolo 58 del Tuir, che disciplina il trattamento fiscale delle plusvalenze dell’azienda. In particolare, occorre considerare la previsione recata dal comma 3, la quale stabilisce che le plusvalenze dei beni relativi all’impresa concorrono a formare il reddito anche se i beni vengono destinati al consumo personale o familiare dell’imprenditore o a finalità estranee all’esercizio dell’impresa. Di conseguenza, nel momento in cui i beni d’impresa vengono distolti dalla sua originaria funzione per essere destinati a scopi prettamente privati dell’imprenditore, in linea di principio si origina una fattispecie realizzativa.
Si ritiene, tuttavia, che tale disposizione non possa essere applicata in dipendenza del mero trasferimento per effetto di successione (senza continuazione dell’attività da parte degli eredi). In questa circostanza, infatti, non si realizza alcuna ipotesi di autoconsumo, poiché gli eredi – se non manifestano, anche con comportamenti concludenti, la volontà di proseguire l’attività d’impresa in relazione all’azienda caduta in successione – non acquisiscono la qualifica di imprenditori.



