E PENSARE CHE C’ERA IL PENSIERO - Giorgio Gaber, trent’anni dopo: quando dele-ghiamo il pensiero alle macchine
di Stefano Ricca
La mail arriva un martedì mattina. Oggetto: “Richiesta chiarimenti in merito alla recente comunicazione fiscale”. È scritta in modo troppo corretto. Grammatica perfetta, virgole al posto giusto, tono cordiale ma professionale.
L’ha scritta ChatGPT.
Ne sono sicuro perché conosco chi scrive. So che mette i punti esclamativi dove non servono e virgole a caso. Ma questa mail no. Questa mail è uscita dalla lavatrice.
Così mi parte in testa un verso che Gaber non ha mai scritto ma che avrebbe potuto scrivere: “Hai messo le parole nella lavatrice / son venute fuori stirate e profumate / hai pure messo gli emoji / ma non sanno più di te / non sanno più di niente.”
Penso a “E pensare che c’era il pensiero”, lo spettacolo che Gaber ha portato in scena nell’autunno del 1994. Trent’anni fa gridava che il pensiero era finito, sepolto sotto un mare di parole vuote. Oggi quel mare è diventato un oceano generato dalle macchine.
Rispondo alla mail.
27 ottobre 1994, Teatro a Carpi. Debutta “E pensare che c’era il pensiero” di Giorgio Gaber e Sandro Luporini. Il Corriere della Sera quel giorno titola: “Gaber: datemi qualche pensiero. Canto l’egoismo di questi tempi, abbiamo sostituito le idee con le liti”. È il 1994 e Gaber ha già capito tutto.
Un mese dopo, al Teatro Alfieri di Torino, La Stampa scrive: “Una sedia vuota, poca luce”. Teatro-canzone ridotto all’osso. Quella sera viene registrato il disco, venduto in teatro durante la tournée. Un anno dopo, nell’ottobre 1995, Gaber registra di nuovo lo stesso spettacolo al Teatro Regio di Parma. Due versioni, perché il teatro-canzone gaberiano è vivo, si trasforma sera dopo sera.
Lo spettacolo gira per due stagioni in un’Italia nel pieno del terremoto. Tangentopoli ha fatto crollare i partiti, Berlusconi è entrato in politica, la Prima Repubblica è finita. È “l’epoca dei veggenti”, come la chiama il Secolo d’Italia. Politici che vendono certezze. E la gente cerca disperatamente qualcuno che le dica cosa pensare.
Gaber fa la domanda: ma noi stiamo ancora pensando?
“Il secolo che sta morendo è un secolo piuttosto avaro nel senso della produzione di pensiero. Dovunque c’è un grande sfoggio di opinioni piene di svariate affermazioni che ci fanno bene e siam contenti. Un mare di parole un mare di parole ma parlano più che altro i deficienti.”
Un mare di parole. Nel 1995 era fatto di tv, talk show, politici che parlavano senza dire niente. Trent’anni dopo è diventato un oceano. Social network, feed infiniti, notifiche, contenuti generati dall’IA. Il mare non solo è cresciuto, si è automatizzato.
Ma L’IA non ha inventato il problema. Ha solo reso più efficiente la produzione di quel mare. Il problema non è quante parole ci sono. È cosa ci facciamo con quelle parole. Le usiamo per pensare o per evitare di pensare?
Perché pensare non è informarsi. Non è accumulare dati. Pensare è quello che viene dopo. È fermarsi quando tutti corrono. È guardare anche quando fa male.
In “La realtà è un uccello” Gaber racconta di sé stesso che guarda tutti i telegiornali. Tutti. Uno dopo l’altro. “Io la politica ce l’ho nel sangue. Non ne posso fare a meno. Ho provato anche a scopare. Mi viene in mente la Pivetti!” Il pubblico ride. Ma è risata amara. Perché sta descrivendo una dipendenza che non porta a capire di più, ma solo a sentirsi più confusi.
“La realtà è un uccello che non ha memoria, devi immaginare da che parte va. Noi crediamo ancora ai grandi ideali, la realtà è più avanti. Siamo sempre indietro.”
Oggi questa sensazione si è moltiplicata. L’algoritmo decide cosa farti vedere. L’uccello vola in direzioni diverse per ciascuno di noi. La realtà si frammenta in mille realtà personalizzate.
E poi la frase che andrebbe appesa sopra ogni dispositivo: “Forse tutto quello che ci circonda è soltanto una specie di grande confusione deviante, dove ogni soggetto ormai non riesce più né a pensare né a vedere né a parlare, se non con il linguaggio di quella confusione deviante.”
Nel 2026 quella confusione è diventata algoritmica. Su misura. Ottimizzata per tenerti incollato.
Ma il problema non è lo strumento. È l’uso che ne facciamo. Possiamo usare gli algoritmi per uscire dalla bolla. Cercare attivamente quello che ci contraddice, che ci obbliga a pensare. L’algoritmo si adatta. La domanda è: vogliamo adattarlo o farci adattare?
“Mi fa male il mondo” chiude lo spettacolo. “Mi fa male l’IVA, il 740, i commercialisti!” (e qui faccio un sorriso amaro). “Ma anche: mi fa male chi muore in Somalia, in Ruanda, in Palestina. Mi fa male chi muore.”
Il 740 e la guerra. I commercialisti e la mafia. Tutto mischiato. Ma poi la frase chiave: “Mi fa male più che altro il fatto che basta che mi faccia male un dente, che non mi fa più male il mondo.”
Autodiagnosi spietata. Ci indigniamo per tutto. Ma basta un problema personale e il mondo scompare. La rabbia non diventa azione.
Nel 2026 non serve neanche il mal di denti. Basta uno scroll e il dolore si diluisce. L’indignazione dura il tempo di un like. Il mondo fa male per cinque secondi, poi l’algoritmo ti mostra altro e il dolore passa.
L’AI non è il nemico. È l’amplificatore. Ma se decidessimo di usare quegli strumenti per cercare quello che ci fa male, quello che ci obbliga a fermarci, a pensare, l’algoritmo si adatterebbe.
Il problema non è mai lo strumento. È sempre l’intenzione.
Perché ascoltarlo oggi:
perché Gaber trent’anni fa ha diagnosticato la malattia che oggi è epidemia. Perché nell’era in cui deleghiamo la scrittura alle macchine, qualcuno che grida “e pensare che c’era il pensiero” è necessario. Perché ci ricorda che il problema non è lo strumento, è l’uso che ne facciamo. Perché quel grido “io ci sono ancora” è l’antidoto all’anestetizzazione algoritmica. Ascoltarlo significa capire che possiamo scegliere. Di pensare. Davvero. Di usare l’IA invece di farci usare. Di litigare col mondo invece di scrollare via.
Lascia perdere se:
Cerchi conferme. Se vuoi che qualcuno ti dica che è colpa della tecnologia. Gaber ti fa vedere che il pensiero era già morente nel 1994, molto prima di ChatGPT. Se preferisci scrollare piuttosto che fermarti. Se la mail scritta dall’IA ti va benissimo così. Se pensi che l’IA sia il problema o la soluzione, invece di capire che il problema sei tu e la soluzione pure. Resta nella tua comfort zone. Ma non dire che non te l’avevano detto. Trent’anni fa. Quando c’era ancora il pensiero.


