C’è un’espressione inglese, tall poppy syndrome ovvero la sindrome del papavero alto, che descrive un meccanismo tanto semplice quanto rivelatore: in un campo di papaveri tutti della stessa altezza, quello che spunta più degli altri non viene ammirato, viene tagliato. Nel mondo anglosassone viene raccontato soprattutto come fenomeno mediatico. In Italia, credo, è qualcosa di più radicato: si tratta di un riflesso relazionale quotidiano. È quel modo istintivo di reagire quando qualcuno intorno a noi comincia ad avere successo, che probabilmente spiega buona parte del nostro nanismo industriale.
Il punto di partenza, prima ancora che economico, è umano. Quando un collega, un ex socio o un concorrente inizia a crescere in modo visibile, la reazione prevalente, da noi, non è la stima aperta, ma il dubbio. “Chissà come avrà fatto”, “chissà chi conosce”, “vediamo quanto dura”: sono le frasi che accompagnano, sottovoce, ogni ascesa un po’ più rapida della media. Il complimento diretto, sincero, senza secondo fine, è merce rara; molto più diffusi sono lo sparlare a distanza, l’insinuazione, il beneficio del dubbio negato proprio a chi meriterebbe fiducia. È una forma di controllo sociale silenzioso: prima ancora di tagliare il papavero, lo si isola con le chiacchiere, gli si toglie credibilità, lo si costringe a giustificarsi per il proprio stesso successo.
Questo tratto relazionale ha conseguenze dirette sul modo in cui imprese e professionisti si mettono in relazione tra loro. Se il primo istinto di fronte alla crescita altrui è il sospetto, e non il sostegno, diventa quasi impossibile costruire quella fiducia reciproca su cui si fondano consorzi, reti d’impresa, joint venture o semplici alleanze commerciali. Non ci si allea con chi si è appena finito di criticare al bar o nella chat di WhatsApp. Le energie che altrove si investono in una collaborazione strategica, da noi si investono in un lavoro costante, quasi ossessivo, di contenimento reciproco: tenere d’occhio il concorrente, non dargli spazio, non riconoscergli pubblicamente nulla che possa rafforzarne la reputazione. Non è soltanto invidia in senso stretto, anche se l’invidia c’entra eccome.



