Il 5 luglio 1996 nasce Dolly, a Roslin, in Scozia. Il 12 giugno 2026 Anthropic sospende l’accesso ai suoi due modelli più avanzati, Fable e Mythos, per rientrare nei controlli sulle esportazioni degli Stati Uniti. Trent’anni quasi esatti separano le due date, e mettono una accanto all’altra due modi opposti di fermare una tecnologia.
Dolly viene fermata da un giudizio morale. Nel giro di pochi anni quasi ogni Paese vieta per legge la clonazione riproduttiva umana, e la dichiarazione Unesco sul genoma arriva già nel novembre del ‘97. Qualcuno, per una volta, si è chiesto se fosse giusto farlo, ha risposto di no, e quel no vale ancora oggi, per chiunque, senza eccezioni.
Fable viene fermato da una questione doganale. Non un giudizio su cosa sia giusto fare con quello strumento: un controllo su chi può portarlo oltre un confine, la stessa logica con cui si regolano certi microchip o certi macchinari. Novanta minuti di preavviso, tanto basta per staccare la spina a un modello già usato da centinaia di migliaia di persone, dipendenti stranieri della stessa Anthropic compresi. Dura diciotto giorni, poi i controlli vengono tolti e l’accesso torna. Nessuno si è chiesto, in quelle tre settimane, se fosse giusto. Si è chiesto solo chi ne avesse diritto.
Non è detto che uno strumento resti senza cancello per sempre. La benzina con il piombo, l’amianto, certi pesticidi: erano strumenti di uso quotidiano, diffusi, usati da chiunque per anni, e poi vietati. Anche internet ci ha messo vent’anni a trovare i suoi: privacy, diritto d’autore, obblighi di moderazione, tutte cose arrivate dopo, quando ormai ci vivevamo dentro da una generazione. Il cancello per gli strumenti esiste, arriva solo dopo. Con la scoperta si chiude quando l’uso non è ancora un’abitudine, ed è facile chiuderlo. Con lo strumento, se arriva, arriva quando il danno è già dentro milioni di gesti quotidiani, e chiuderlo non basta più a disfare quello che ha già fatto.
Io lavoro tutti i giorni dentro un mondo che discute, contesta, interpella, e a volte litiga davvero. Ma anche nel litigio più acceso resta sempre qualcosa in mano: una circolare, una sentenza, un interpello, un verbale. Si possono contestare e possiamo perdere, poi portarli davanti a un giudice che li legge e ne scrive un altro. Ma c’è sempre una carta, scritta, citabile, che qualcun altro ha steso e che vale per chiunque si trovi nella stessa situazione.
Con l’intelligenza artificiale non resta niente del genere. Nessuna carta. Nessun verbale che un altro possa leggere e correggere. Solo quello che ciascuno, da solo, ha deciso di farne.
Questo non funziona più, e non per un limite della tecnologia. Per la sua natura. Dolly era una scoperta: si esaurisce nell’attimo in cui accade, resta vera anche se nessuno la ripete, e proprio per questo si può giudicare una volta sola, con una legge che chiude la questione per sempre. L’intelligenza artificiale è uno strumento: esiste solo nell’uso, e ogni uso è diverso dall’altro. Nelle mie mani, usata per affinare un ragionamento fiscale complesso, è la stessa identica tecnologia che è nelle mani di chi la usa per non pensare più affatto. Un moltiplicatore che restituisce quello che gli porti, niente di più, niente di meno.
Qui sta il punto che nessuna legge sulla clonazione ha mai dovuto affrontare. Trent’anni fa la società ha potuto giudicare una volta, per tutti. Oggi lo stesso strumento è progresso per una persona e puro sviluppo senza seguito per un’altra, nello stesso istante, per usare le due parole con cui Pasolini distingueva la crescita economica dalla crescita civile, e nessuna norma può decidere al posto di chi lo usa quale dei due sarà.



