Il decreto fiscale varato dal Consiglio dei ministri non si limita alle misure da tempo annunciate.
Oltre, infatti, a quella del differimento al 30 giugno del contributo amministrativo sulle piccole spedizioni di valore inferiore a 150 euro, del rinvio per le permute Iva, dell’eliminazione, per il nuovo iper-ammortamento, del vincolo dell’origine europea dei beni agevolati, il provvedimento interviene, in particolare, anche su uno dei punti più discussi della legge di Bilancio 2026: la stretta su Pex e dividendi.
Ed è proprio qui che il decreto mostra, più chiaramente che altrove, un tratto ormai ricorrente della recente produzione normativa: introdurre regole destinate ad incidere sulle scelte degli operatori, per poi correggerle o neutralizzarle dopo poche settimane.
Per dividendi e partecipazioni, del resto, sembra davvero che il legislatore abbia costruito molto rumore per approdare a nulla. La stretta introdotta dalla legge di Bilancio 2026, già ridimensionata in Parlamento rispetto alla versione originaria, viene ora cancellata con efficacia retroattiva dal 1° gennaio 2026. Si torna, dunque, al regime agevolato applicabile fino al 31 dicembre 2025.
Si chiude così, dopo pochissimi mesi di vita, una disciplina che aveva già suscitato più di una perplessità. La novella subordinava il beneficio fiscale a requisiti quantitativi riferiti alla partecipazione: almeno il 5 per cento del capitale, oppure un valore fiscale non inferiore a 500.000 euro. Una scelta criticabile non solo sul piano dell’opportunità, ma anche su quello della coerenza del sistema, perché finiva per differenziare il trattamento fiscale tanto dei dividendi quanto delle plusvalenze da partecipazioni sulla base di un dato meramente dimensionale, con esiti poco conciliabili con l’esigenza di attenuare la duplicazione del prelievo.


