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Tecnologia

Dall’output all’outcome: ridefinire il valore professionale nell'era dell'IA

di Diego Zonta

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gen 16, 2026
∙ A pagamento

L’illusione su cui molti professionisti fondano oggi la propria identità è l’idea che la competenza si manifesti attraverso la produzione di output tangibili. Un avvocato vede il valore nel contratto redatto, un consulente nel report di analisi, un ingegnere nel codice prodotto.

Tuttavia, in un contesto dominato dall’intelligenza artificiale, dobbiamo avere l’onestà di riconoscere che questi prodotti intellettuali non sono più degli asset, ma passività che iniziano a svalutarsi nel momento stesso della loro creazione. Ogni riga di testo o di codice, ogni slide o foglio di calcolo, rappresenta in realtà un onere operativo: richiede manutenzione, verifica, aggiornamento e occupa spazio cognitivo all’interno dell’organizzazione.

Se un tempo la rarità dello sforzo produttivo garantiva il valore dell’opera, oggi l’abbattimento del costo marginale della produzione intellettuale ha trasformato l’output in una commodity inflazionata. Questa svalutazione è il motore silenzioso di quella che molti analisti definiscono come una “recessione dei colletti bianchi”. A differenza delle crisi passate, questa ondata colpisce il cuore delle professioni intellettuali, mettendo in discussione la sicurezza di ruoli un tempo considerati intoccabili.

Trattasi però di un cambiamento, non (di) una perdita secca. Già nel 1800 però venne teorizzato un principio economico controintuitivo: il Paradosso di Jevons.

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