Anni fa ho fatto una cosa. Ho aperto una campagna crowdfunding per pubblicare un libro. Un progetto, un obiettivo: come ricompensa il libro stesso. E ha funzionato. In quel periodo il crowdfunding trovava applicazione principalmente per questi progetti: chi voleva pubblicare un libro o produrre un disco.
Qualche anno dopo mi sono ritrovato dall’altra parte. Investitore. Baladin, il birrificio di Teo Musso, apriva una campagna equity su Mamacrowd. Una realtà che stimo, un progetto chiaro, 250 euro di investimento minimo. Ho cliccato. Sono diventato socio insieme ad altri 2.342 persone. In sei giorni hanno raccolto 5 milioni di euro. Obiettivo massimo centrato con 42 giorni di anticipo.
Il crowdfunding esiste da anni. E quasi nessuno lo usa.
Lo strumento ignorato
In Italia la normativa esiste dal 2012. Siamo stati i primi in Europa a regolamentare l’equity crowdfunding. Le piattaforme sono attive da oltre dieci anni. Nel 2020 sono stati raccolti 340 milioni di euro. Sembra tanto. Ma se confronti questa cifra con i prestiti bancari alle PMI italiane capisci che è niente. Una goccia.
Tutti ne parlano. Pochi lo fanno. Perché? Diffidenza culturale, complessità percepita, mancanza di educazione finanziaria. In Italia se hai bisogno di soldi vai in banca. Punto. Il crowdfunding resta roba da startup, da iniziative creative, da chi non ha alternative. Non è considerato uno strumento normale. È l’eccezione.
Come funziona
Il crowdfunding è semplice: invece di cercare un investitore con 100.000 euro, trovi mille persone con 100 euro ciascuna. La folla finanzia. Crowd + funding.
Esistono quattro modelli principali. Il donation-based: donazioni senza ritorno economico, tipico del no profit. Il reward-based: contribuisci e ricevi un gadget, un prodotto, un servizio (quello che feci con il mio libro). Il lending-based: presti soldi a un’impresa che te li restituisce con gli interessi. L’equity-based: compri quote di capitale, diventi socio.
Le piattaforme fanno da intermediarie. Kickstarter, Mamacrowd, Produzioni dal Basso, CrowdFundMe. Ognuna ha le sue regole. Alcune funzionano con il sistema “all-or-nothing”: se non raggiungi l’obiettivo, non prendi niente e i soldi tornano indietro. Altre con il “keep-it-all”: tieni quello che hai raccolto anche se non arrivi al target.
La campagna dura in genere tra 30 e 90 giorni. Prepari una presentazione, un business plan, un video. Fissi un obiettivo minimo e uno massimo. Poi aspetti.
Banca vs crowdfunding
La differenza vera non sta nei tassi o nelle commissioni. Sta in questo: quando vai in banca, parli con un funzionario in una stanza. I tuoi numeri restano lì. Con il crowdfunding, metti tutto online. Il tuo bilancio, il tuo piano, la tua faccia. E aspetti che centinaia di sconosciuti decidano se credere in te.
Sistema bancario: rapporto bilaterale, privacy totale, valutazione del merito creditizio secondo criteri tradizionali, garanzie reali o personali, tempi lunghi, burocrazia pesante. Nessuna esposizione pubblica. In bilancio registri un debito verso banche.
Crowdfunding: esposizione pubblica totale, la valutazione passa anche dal “mi piace il progetto”, garanzie minime o assenti, rischio distribuito su centinaia di persone, la campagna stessa è marketing. In bilancio, se è lending registri debiti verso altri finanziatori. Se è equity, aumenti il capitale sociale.
La differenza più sottile sta qui: nel crowdfunding chi finanzia valuta il progetto. Nella banca, il funzionario dovrebbe fare lo stesso, valutare in primis se il progetto sta in piedi. Invece si limita a verificare il proprio rischio minimo. Garanzie reali, centrale rischi, bilanci. Il punto principale è se può riprendersi i soldi in caso vada male. È una logica un po’ diversa.
Il vero discrimine non è economico. È psicologico. Cosa sei disposto a mettere in piazza. Con la banca discuti i tuoi numeri in una stanza chiusa. Con il crowdfunding li metti su internet e duemila sconosciuti decidono se ci credono. Per molti imprenditori questo è impensabile. Per altri è liberatorio.
Aspetti fiscali
Sul lending, gli interessi percepiti da persone fisiche sono soggetti a ritenuta del 26%, come tutti i redditi di capitale. La piattaforma, se è sostituto d’imposta, trattiene la ritenuta e versa allo Stato. Tu ricevi il netto. Rimangono ancora dubbi sulla tassazione se la piattaforma non è sostituto d’imposta: 26% o aliquota IRPEF ordinaria?
Sull’equity diventi socio. Partecipi agli utili o alle perdite. Se l’azienda va bene, guadagni. Se va male, perdi tutto. Il rischio è totale.
Per l’azienda che raccoglie, il lending genera debiti finanziari, con interessi passivi. L’equity genera capitale proprio.
Primo esempio: il crowdfunding immobiliare
Un cliente dello studio dove lavoro usa il crowdfunding da anni per finanziare progetti immobiliari commerciali. Non startup, non idee visionarie. Capannoni, riqualificazioni urbane, spazi commerciali. Roba concreta.
Il meccanismo è lending puro. La società presenta il progetto su una piattaforma specializzata in real estate. Investimento minimo 250 euro, rendimenti tra l’8% e il 14% annuo, durata 12-24 mesi. Gli investitori prestano soldi, l’impresa costruisce o ristruttura, vende gli immobili, restituisce capitale più interessi.
Per l’impresa è velocità. Una banca eroga il finanziamento a rate, in base ai SAL. Il crowdfunding arriva in un’unica soluzione. Puoi accelerare il cantiere, chiudere prima, fare più operazioni all’anno. Costi? Commissioni alla piattaforma tra il 3% e il 5%. Più alte della banca, ma il tempo vale. E qualcuno lo sa bene.
Per l’investitore è diversificazione. Invece di mettere 50.000 euro su un solo immobile, ne metti 500 su cento progetti diversi. Il rischio si spalma. Un progetto va male? Perdi lo 0,5% del portafoglio, non tutto.
Il settore immobiliare funziona perché i progetti sono tangibili. Non stai finanziando un’app, stai finanziando un edificio con indirizzo, progetto approvato, acquirenti in prelazione. Qualcosa che se va male puoi vendere. Non è una garanzia assoluta. Ma è più concreto.
Secondo esempio: il caso Baladin
Cinque milioni in sei giorni. Oltre duemila investitori. Investimento minimo 250 euro, media per investitore 2.500 euro. La campagna “Beer Revolution” è partita il 5 marzo 2024, in occasione del sessantesimo compleanno di Teo Musso. Obiettivo: finanziare lo sviluppo del fatturato, costruire un pozzo per il ciclo dell’acqua sostenibile, avviare Open Hub, il primo birrificio condiviso d’Italia.
Due anni dopo, i numeri dicono che ha funzionato. Il 2025 si chiude con ricavi in crescita. L’Open Hub è partito. Il pozzo ha ricevuto l’autorizzazione. Le birre analcoliche Botanic sono entrate nella top 5 dei prodotti più venduti. Il progetto va avanti.
Ha funzionato perché Baladin è un brand riconoscibile, con una community consolidata, numeri solidi e un progetto credibile. Non basta avere un’idea. Serve avere già costruito qualcosa. Il crowdfunding amplifica. Non crea dal nulla.
Quello che resta
Lo strumento c’è da anni. Funziona. I numeri di Baladin lo dimostrano. Eppure resta di nicchia. Non è un problema tecnico. È culturale. In Italia chiedi soldi in banca, non a sconosciuti su internet. Anche quando sarebbe più conveniente. Anche quando avresti una community pronta a sostenerti. Il crowdfunding esiste. Ma dobbiamo ancora imparare a usarlo.


