Crediti ceduti ai professionisti: una vittoria più annunciata che reale
di Simona Baseggio e Barbara Marini
Nel decreto correttivo della riforma fiscale, esaminato la scorsa settimana dal Consiglio dei ministri, una delle disposizioni più enfatizzate riguarda il trattamento fiscale dei differenziali che i professionisti realizzano acquistando crediti d’imposta, in particolare quelli da bonus edilizi, a un prezzo inferiore al valore nominale. La misura è stata salutata sui social come una conquista importante per la categoria dei commercialisti e per la certezza del diritto. Vale la pena, però, guardare il testo con un minimo di distacco, perché la rivendicazione, a una lettura attenta, appare più generosa di quanto la norma effettivamente conceda.
Conviene ricostruire il percorso. L’interpello n. 6/2026 aveva applicato in modo rigoroso il principio di onnicomprensività introdotto nell’articolo 54 del TUIR dalla riforma del lavoro autonomo, qualificando come reddito professionale, e dunque assoggettando a IRPEF progressiva, il differenziale positivo tra valore nominale e prezzo di acquisto dei crediti edilizi rilevati da un’associazione professionale. Una conclusione lineare nella logica dell’Agenzia, ma percepita come penalizzante, perché attraeva nella tassazione ordinaria un provento di natura sostanzialmente finanziaria. Da qui la richiesta di un intervento normativo, arrivato puntualmente.
Il dato interessante emerge dal confronto tra le versioni successive del provvedimento.



