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Economia

CPB, il rinnovo 2026/2027 passa dalla prova tecnica della convenienza

di Simona Baseggio e Barbara Marini

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mar 25, 2026
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Lo spunto offerto dall’articolo di Stefano Ricca (“I reduci del CPB”) pubblicato su queste pagine consente di soffermarsi su un ulteriore profilo del concordato preventivo biennale, forse meno appariscente ma destinato a pesare molto nella prossima campagna di adesioni. Se infatti il biennio 2026-2027 rappresenta un passaggio importante per misurare la tenuta dell’istituto, il punto non è soltanto quanti contribuenti decideranno di aderire, ma soprattutto quali soggetti possano ancora ravvisare una convenienza effettiva in un meccanismo che, progressivamente, tende a perdere quelle spinte collaterali che ne avevano accresciuto l’attrattiva nella fase iniziale.

È su questo terreno che il CPB mostra la sua fisionomia più autentica: non uno strumento indistintamente adatto a tutta la platea dei potenziali destinatari, ma un istituto che sembra funzionare soltanto per contribuenti caratterizzati da una sufficiente linearità fiscale e da una capacità previsionale tutt’altro che comune. La proposta di concordato, del resto, continua a essere costruita su una base storica che, per quanto rettificata, non sempre riesce a rappresentare in modo fedele la concreta dinamica fiscale del biennio futuro.

Il reddito assunto a base del CPB non è infatti depurato in senso ampio, ma soltanto corretto per le componenti tassativamente indicate dalla legge: plusvalenze e sopravvenienze attive; minusvalenze, sopravvenienze passive e perdite su crediti; utili o perdite derivanti dalle partecipazioni espressamente individuate; maggiorazione del costo del lavoro. Tutto ciò che non rientra in tali voci, anche se capace di incidere in misura rilevante sulla fiscalità effettiva dell’impresa, resta fuori dal perimetro correttivo della proposta.

Una delle ipotesi più significative è quella dell’impresa che preveda di effettuare investimenti agevolati nel 2026. In questo caso la scelta se aderire al CPB 2026-2027 viene compiuta sulla base del reddito 2025, cioè di un dato che, per definizione, non incorpora ancora gli effetti fiscali dei maggiori costi che si manifesteranno nelle annualità concordate. Il problema, allora, non è affermare in modo sommario che l’impresa “perde” l’agevolazione. Più correttamente, occorre rilevare che la cristallizzazione preventiva della base imponibile può risultare poco coerente con una situazione nella quale il contribuente sa già che il biennio successivo sarà segnato da investimenti destinati a incidere sulla misura del prelievo. Il reddito di riferimento resta ancorato a un’annualità non ancora influenzata dall’agevolazione, mentre la convenienza fiscale attesa si dispiega proprio negli anni oggetto del patto. Ne deriva un disallineamento evidente tra la fotografia storica sulla quale si forma la proposta e la realtà fiscale che l’impresa ragionevolmente si attende per il biennio. In questa prospettiva, il concordato rischia di apparire meno persuasivo proprio per i soggetti più dinamici, cioè per quelle imprese che accompagnano la crescita con programmi di investimento o con scelte capaci di modificare sensibilmente il rapporto tra reddito e imposta.

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