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Cosa insegna il referendum ai professionisti?

di Mario Alberto Catarozzo

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Blast
apr 07, 2026
∙ A pagamento

Sono ancora “caldi” i risultati del referendum appena svolto, e le considerazioni che emergono sono più istruttive di quanto ci si potesse aspettare. Non tanto per chi ha vinto o perso. Ma per quello che ci insegna sulla comunicazione.

Potresti pensare: «Che c’entra con il mio studio il referendum?» C’entra moltissimo. Anzi, è forse la lezione di comunicazione più potente degli ultimi anni.

Fermati un momento. Il 22 e 23 marzo scorso, quasi il 59 per cento degli italiani si è alzato dalla poltrona per votare un referendum su una riforma costituzionale della giustizia. Un tema tecnico, complesso, lontano dalla quotidianità di molti. Eppure, l’affluenza ha battuto ogni record del terzo millennio. Poi guarda il risultato: il fronte del Sì — sostenuto dal governo, con accesso privilegiato all’informazione televisiva, con anni di lavoro preparatorio — ha perso. Il No ha vinto con oltre il 53 per cento dei voti.

La domanda giusta non è «perché ha vinto il No». La domanda è: perché chi aveva tutto — risorse, palcoscenico, potere istituzionale — ha perso lo stesso?

La gente non decide con la testa. Decide con la pancia.

I promotori del Sì conoscevano benissimo i contenuti. Giuristi, politici, esperti hanno spiegato, argomentato, documentato la separazione delle carriere, il nuovo CSM, la Corte disciplinare. Ma larga parte della loro comunicazione è scivolata nel registro sbagliato: messaggi costruiti a tavolino, promesse preconfezionate, un linguaggio da campagna pubblicitaria patinata. Il risultato? Una percezione di manipolazione invece di persuasione. E chi si sente manipolato, si irrigidisce.

Il fronte del No ha giocato una partita completamente diversa. Ha puntato su paure autentiche — «la Costituzione è a rischio», «la democrazia va difesa» — e ha mobilitato voci credibili: storici, magistrati rispettati, personalità della cultura capaci di parlare anche ai più giovani. Non era comunicazione istituzionale. Era comunicazione umana.

Questo è esattamente il tipo di errore che fanno ogni giorno moltissimi professionisti — avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro — con i propri clienti e con i propri potenziali clienti.

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