La folle corsa verso la completa attuazione della legge delega per la riforma del sistema fiscale ci ha abituati al ricorso frequente ai cosiddetti “correttivi”, ossia - secondo il linguaggio forbito delle norme - decreti contenenti disposizioni “integrative e correttive” in materia di precedenti decreti delegati.
Questo quinto correttivo (questa volta chiamato “omnibus”, o “minestrone” come argutamente osservato da Nereo Seppia) - pronto ad entrare nel Consiglio dei ministri fissato per la scorsa settimana, poi last minute cancellato - già si è prestato a diventare il soggetto di un interessante copione per gli appassionati del giallo. Il mistero, però, è presto svelato: data l’ampia tendenza a diffondere preventivamente le bozze dei testi normativi quando sono ancora nello stato di “idee” e non ancora di “legge”, leggendo la versione definitivamente approvata, non sarà difficile, con una banale funzione “confronta”, scoprire l’arma del delitto e il colpevole.
Scorrendo rapidamente il testo, la sensazione - di disorientamento - è quella di trovarsi davanti ad una complessa tela di Penelope che si fa e si disfa in un orizzonte temporale talvolta davvero breve, talaltra più lungo: tanto per fare qualche esempio, colpisce che della “sensibile” disciplina dei fringe benefit sia scritta una nuova pagina, che gli adempimenti della minimum tax (allo stato ancora sconosciuti ai più) si “aggiustino” in prossimità della loro scadenza, che i termini di esercizio del diritto a detrazione IVA si riespandono (come se fosse questo il vero cuore del problema sostanziale), mentre (buona notizia) il regime opzionale di adempimento collaborativo si rifà fa il maquillage per diventare più appetibile.
Ma, al di là del contenuto del decreto, su cui a lungo ci sarà da riflettere su queste “pagine”, i dubbi che questo modo di legiferare crea sono altri e sono, in particolare, due: in primis la fatica di chi, per passione o professione (che non sono sempre un’endiadi), dopo anni di attività e un po’ di esperienza, passa buona parte della giornata a ricostruire i pezzi di un puzzle che si va man mano complicando, senza poter mai fare affidamento sulla propria memoria e, last but not list, la (poco confortante) sensazione che lo sviluppo legislativo proceda un po’ “a tentativi”: si lancia il sasso velocemente (un po’ per dire che lo si è fatto), si attende la reazione e poi, semmai, si interviene a cambiare.
Se è vero che, come si suol dire nel linguaggio comune, “solo gli stupidi non cambiano mai idea” e quindi correggere i propri errori è sinonimo di intelligenza, oltre che di responsabilità politica, dall’altro, aulicamente, i latini raccomandavano: “est modus in rebus”.
L’incessante sequenza di correttivi, oltre che, come già detto, gettare un cono d’ombra sulle modalità con cui il legislatore prende le sue decisioni [un po’ come una donna che prova al parrucchiere diverse gradazioni di colore finché non trova quella giusta (ma sempre provvisoriamente)], espone il lettore ad un’enorme fatica ricostruttiva, tra norme abrogate, ripristinate, modificate, integrate, incrociate, non sempre con decorrenze di immediata comprensione.



