Consigliere di parità: quando la riforma rischia di diventare un passo indietro
di Diego Zonta
C’è una storia che si ripete con una certa regolarità nella storia istituzionale italiana: quella della razionalizzazione che, nelle intenzioni, semplifica e rafforza, ma nella pratica svuota e centralizza. Lo schema di decreto legislativo con cui il Governo sta recependo la direttiva europea 2024/1500 sulla parità di trattamento nel lavoro rischia di rientrare in questa categoria.
Il provvedimento, approvato in esame preliminare dal Consiglio dei Ministri l’11 febbraio scorso su proposta dei ministri Foti, Roccella e Calderone, prevede la soppressione delle Consigliere di parità regionali e territoriali e il trasferimento delle loro funzioni a un nuovo organismo centrale con sede a Roma. L’intenzione dichiarata è quella di adeguare l’Italia agli standard europei. Il risultato rischia di essere l’opposto. Vale la pena capire cosa sono, concretamente, le Consigliere di parità, prima di ragionare sulle conseguenze della loro eventuale soppressione. Si tratta di figure istituzionali previste dal Codice delle pari opportunità (d.lgs. 198/2006), articolate a livello regionale e territoriale, con funzioni di vigilanza e promozione dell’applicazione dei principi di non discriminazione e parità di trattamento nei luoghi di lavoro. Non sono organi simbolici: possono agire in giudizio, presentare ricorsi d’ufficio, collaborare con l’Ispettorato del lavoro, raccogliere segnalazioni e avviare procedimenti per conto delle lavoratrici discriminate. Operano in prossimità, conoscono i mercati del lavoro locali, le specificità produttive, i contesti aziendali. Il modello italiano, con la sua rete diffusa sul territorio, è considerato una buona pratica anche a livello europeo.



