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Fisco

Concordato preventivo, il dato che ancora manca: quanto ci ha davvero guadagnato lo Stato?

di Simona Baseggio e Barbara Marini

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Blast
mag 22, 2026
∙ A pagamento

Tra le risposte fornite dal Ministero dell’Economia nel question time dell’altro ieri, 20 maggio, sul concordato preventivo biennale si coglie, ancora una volta, una certa difficoltà nel raccontare lo strumento per ciò che realmente è: una scommessa fiscale dagli effetti ancora tutti da verificare, più che una riforma già consolidata (o con l’ambizione di consolidarsi) nei suoi risultati.

E forse è proprio questo il punto. Perché nessuno pretende che un istituto nuovo produca immediatamente risultati perfetti. Anzi, sarebbe persino fisiologico ammettere criticità iniziali, adesioni inferiori alle aspettative o aspetti da correggere. È il modo in cui quei dati vengono raccontati, però, a lasciare più di qualche perplessità.

Il MEF insiste sul fatto che il CPB sia stato introdotto per “rafforzare la compliance fiscale” e favorire “l’emersione spontanea delle basi imponibili”, aggiungendo che i benefici strutturali saranno “di maggior rilievo e durata”. Una formula che sembra quasi chiedere un supplemento di fiducia: oggi forse i risultati non sono ancora pienamente visibili, ma domani arriveranno.

Eppure il tema centrale resta un altro. Se il concordato preventivo ha davvero funzionato, lo Stato dovrebbe essere già in grado di dimostrarlo con un dato molto semplice: quanto gettito incrementale ha prodotto rispetto al regime ordinario?

Non interessa tanto sapere quanto abbiano versato, in assoluto, i contribuenti aderenti. Il vero punto è capire quanto abbiano pagato in più — oppure eventualmente in meno — rispetto a quanto avrebbero versato senza concordato.

Ed è un dato che oggi l’Amministrazione possiede già integralmente.

Le dichiarazioni relative al periodo d’imposta 2024 sono acquisite da tempo. Per ogni contribuente aderente il Fisco conosce:

  • le imposte effettivamente versate con il CPB;

  • le imposte che sarebbero derivate dal reddito reale dichiarato senza applicazione del concordato.

Esiste dunque la possibilità tecnica di calcolare con precisione il differenziale di gettito prodotto dallo strumento. Eppure questo numero continua a non essere comunicato. Né emerge nel question time, né sembra essere stato mai fornito ufficialmente.

Ed è singolare, perché senza quel dato tutta la narrazione sulla compliance rischia di restare sospesa nel vuoto. Se il concordato non produce un gettito aggiuntivo rispetto allo scenario ordinario, allora il rischio è di aver semplicemente concesso vantaggi fiscali senza un reale beneficio erariale.

Anche sui numeri delle adesioni il quadro appare meno lineare di quanto il Ministero lasci intendere.

Gli interroganti parlano di una partecipazione pari a circa il 13 per cento della platea potenziale. Il MEF replica sostenendo che le adesioni sarebbero state pari al 20 per cento del totale. Ma qui nasce un problema matematico prima ancora che politico.

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