Ciò che conta
di Gianfranco Benetti
Ci sono momenti, nella routine quotidiana, cui è difficile rinunciare.
Uno di quelli è la colazione da Ambreus.
Al suono della sveglia pregusto già la sua veneziana, la brioche alla marmellata, il cappuccio, il caffè, la spremuta - colazione non proprio dietetica, ma tanto prendo la statina - il saluto che accoglie tutti all’entrata.
Una targa ricorda che il bar è stato riconosciuto bottega storica, ma lui e la sorella Claudia si dicono stanchi, “tra un po’ vendiamo, i cinesi ce l’hanno già chiesto, e quelli pagano cash”.
Non ci crediamo, e neanche loro in fondo.
C’è invece da credergli quando dicono che tra tasse e spese, alla fine del mese non si diventa ricchi.
Anche perché lì non senti l’ansia di massimizzare i profitti, semmai le chiacchiere, e le risate.
Sanno già cosa prendo, mi arriva al tavolo mentre sfoglio il Corriere sull’iPad, sorrido con Gramellini, molto meno con le notizie del giorno, che sento però alleggerite sullo sfondo, commentate, spesso, in dialetto milanese.
E’ raro a Rozzano.
Ma qui il tempo sembra si sia fermato a quando era un paesotto, di poche migliaia di abitanti, che si conoscevano tutti.
«Come sta il Luciano?» «Mei. L’ho vist ier… ma di che duman l’è chi anca lu». “Sta meglio, ieri mi ha detto che domani sarà qui anche lui”.
Novantatré anni, “il Luciano”, un viso fresco, sempre sorridente e gentile.
Mi racconta dell’intervento, non proprio piacevole, e conclude serafico:
«Ma son semper chi. Go di al pret che peu spetà…» “sono sempre qui, ho detto al prete che può aspettare”.
Mi mostra le foto della sua casa in collina. «La vör lu? Mi ghe vo pü…», “la vuole lei? Io non ci vado più”.
Gli occhi brillano di ricordi, sfogliando le foto del giardino e delle tavolate di amici che ospitava.



