La email di risposta automatica ha un testo breve e chiaro: “Chiuso per ferie dal 10 al 24 agosto”, il centralino rimanda a settembre.
Sembra tutto chiaro e sotto controllo, tuttavia quel “benedetto” senso di responsabilità non è ancora andato in ferie e si agita dentro di voi: alle 7.40 del mattino controllate la email prima che si svegli tutta la famiglia. Lo studio è chiuso, formalmente; ma sostanzialmente non chiude mai.
C’è chi si è portato il computer “solo per le urgenze”; chi ha risposto al cliente il 15 agosto e quasi se ne vanta; chi ha scelto la località di vacanza anche in base alla copertura di rete. E ogni scusa è buona per non staccare mai davvero. Casi isolati? Non proprio: secondo Eurostat, nel 2025 il 45,8 per cento dei lavoratori autonomi con dipendenti, nell’Unione europea, ha lavorato abitualmente nel weekend, contro il 18,5 per centodei lavoratori subordinati. Se accade il sabato e la domenica di tutto l’anno, figuriamoci ad agosto.
Un diritto che non bussa alla nostra porta
C’è stato un tempo - e non serve tornare a Gutenberg, bastano gli anni Novanta - in cui il professionista in ferie era semplicemente irraggiungibile: lo studio chiudeva, il fax taceva e i clienti aspettavano settembre senza drammi. Non era inefficienza. Era un confine. Per non parlare di quanto duravano le ferie: da buon figlio d’arte, ricordo da ragazzino almeno due mesi di vacanza vera (da metà luglio a metà settembre) quando i miei genitori chiudevano lo studio legale e si dedicavano al mare, alla campagna e al dolce far niente. Quei due mesi – se va bene – oggi sono diventate due settimane.
Oggi quel confine lo ha ridisegnato la legge, ma solo per alcuni. Il diritto alla disconnessione esiste nel nostro ordinamento dal 2017: la legge 81 sul lavoro agile prevede che l’accordo di smart working individui i tempi di riposo e le misure necessarie ad “assicurare la disconnessione del lavoratore dalle strumentazioni tecnologiche di lavoro”. Vale per i dipendenti. Il dipendente dello studio il diritto a spegnere ce l’ha scritto nell’accordo; il titolare, che pure quegli accordi li firma, per sé non lo prevede mai. Del resto, nessun legislatore può obbligarci a spegnere il telefono in vacanza. Perché il punto non è giuridico, è identitario.
Cosa temiamo davvero
Facciamoci a questo punto la domanda vera: cosa succederebbe se per due settimane sparissimo dai radar del dovere professionale? In più di trent’anni accanto ai professionisti ho sentito sempre le stesse giustificazioni: “i miei clienti si aspettano che io ci sia”, “se non rispondo io, chi risponde?”, “tanto due mail non mi pesano”. Ma la vera ragione è un’altra: un’identità che coincide con il ruolo (se non lavoro, mi sento in colpa), e l’abitudine che dopo undici mesi e mezzo nell’anno non la cambi certo in un attimo; non è un click on-off la disconnessione, ma un fatto di cultura e di abitudine. A questo si può aggiungere, per alcuni soprattutto, l’ansia da controllo: non è possibile non controllare la posta elettronica per due settimane, neppure ad agosto.
Esistono poi studi e attività che per la tipologia di clientela e la natura dell’attività non possono chiudere mai o, quantomeno, in estate. In quel caso la parola chiave per far funzionare bene l’organizzazione è delega: senza di essa l’organizzazione non regge, neppure per un week end o pochi giorni in assenza del titolare. In quel caso non state facendo la professione, siete agli arresti domiciliari!
Poi ci sono i clienti che pretendono la risposta immediata anche Ferragosto: quel cliente non è nato così, lo abbiamo educato noi, un “certo, ci sono” ripetuto nei weekend…ed ecco che il danno è fatto: vuol dire che ci sei sempre.



