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CATTIVI PENSIERI (MA NON SEMPRE) - Il consenso (anche quello fiscale) non può reggere soltanto sulla comunicazione

di Dario Deotto

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Blast
mar 31, 2026
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La scorsa settimana – come abbiamo riportato anche qui su Blast – in occasione dei “25 anni dell’agenzia delle Entrate”, è stato dato conto dei risultati della lotta all’evasione.

Tra i vari interventi anche quello della premier Giorgia Meloni, la quale ha riferito, come già altre autorità, dell’approvazione – fin qui – dei 18 decreti legislativi e dei 6 testi unici nonché dell’imminente dirittura d’arrivo del codice tributario (si veda, in proposito, l’intervento di Andrea Carinci).

Come in altre narrazioni che si ascoltano e si leggono oramai da un po’, è stato riportato che si tratta di una riforma fiscale “che l’Italia aspettava da mezzo secolo”.

Chi scrive non è in grado di riferire cosa il contribuente italico effettivamente aspetti da 50 anni. Però si possono tentare un paio di considerazioni tecniche.

La prima, sui risultati concreti di questa “legislatura fiscale”. Si ritiene che siano sotto gli occhi di tutti le varie giravolte – vedi il caso Pex –, lo scontento sempre più diffuso del ceto produttivo (vedi il recente taglio del piano Transizione 5.0), il fatto che delle misure pomposamente annunciate dalla legge delega di riforma fiscale praticamente non ce n’è una che effettivamente abbia avuto finora un risvolto operativo per le aziende (basti pensare che non si è riusciti nemmeno a riscrivere la disciplina delle società di comodo, che dà un gettito di pochi spiccioli). E non si citi l’adempimento collaborativo perché se la strategia di una definizione ex ante è certamente corretta, tutto quello che ruota attorno al Tcf per ora è risultato più funzionale ai certificatori che alle aziende. Del concordato preventivo biennale poi è meglio non parlarne.

Tuttavia, l’aspetto che lascia ancora più perplessi è che – di fronte a risultati che lasciano finora scontenti tutti (tranne – per ora - i “tifosi funzionali”) – si continui a raccontare la storiella “della prima riforma dopo 50 anni”. Onestamente non se ne può più, anche perché si tratta di una bugia bella e buona.

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