“Casa” - LE PAROLE DI BLAST
di Cristina Marchesan
Spesso si tende a dare tutto per scontato. L’abitudine penetra quello che consideriamo come normale, facendogli perdere di significato. Allora, la normalità ci sembra quasi dovuta, la esigiamo in una sorta di inconsapevole arroganza; salute, amore, famiglia, lavoro. In ordine di importanza, o in ordine sparso, purché presenti.
Talvolta assaggiamo la vita e, pur essendo già circondati da tutto ciò, non riusciamo ad esserne abbastanza felici. Non siamo mai contenti davvero o, forse, non siamo semplicemente coscienti di esserlo.
Un dilemma esistenziale che rincorre le nostre vite fino all’ultimo giorno; oppure, malauguratamente, fino a quando non perdiamo una o tutte le preziose risorse che per il momento fanno ancora parte della nostra quotidianità.
E fu in quel momento che lei acconsentì a fare di Giuseppe il primo maschietto nella storia centenaria di Villa Russiz, oltre che il più piccolo ospite accolto. (…)
“Giuseppe, tesoro, benvenuto a casa!” esclamò Suor Alessandra, smorzando con delicatezza il clima vagamente severo della scena. Si mise in ginocchio per arrivare al viso del piccolo. Il bambino sorrise ancora più marcatamente, ripetendo felice l’ultima parola.
“Casa!”
(Da “Il bambino delle vigne” di Elena Vatta)
L’etimologia della voce odierna proviene dalla stessa parola latina casa.
Ma non è solo un edificio, nella cui progettazione e costruzione la tecnologia ha potuto dare il meglio di sé attraverso i secoli; la casa rappresenta, probabilmente, ancor più il nido, quel qualcosa che ci accoglie a fine giornata, in cui magari possiamo riposarci e ricaricarci circondati dalla nostra intimità.
Un ambiente funzionale alla routine quotidiana ma anche e soprattutto allo svolgersi di una particolare libertà d’azione, fisica e di pensiero, a cui sarebbe difficile rinunciare.
E chi invece ha conosciuto da vicino una situazione di abbandono?
Non sono poi così pochi i giovani che non hanno una casa; ragazzi e bambini soli a cui, prima di tutto, manca una vera famiglia.
Il contrappasso non vede invece molte strutture che possono pregiarsi di garantire una reale accoglienza, qualcosa che vada oltre la predisposizione di un letto e di un pasto caldo.
Sono trascorsi diversi anni dagli eventi narrati nel romanzo di Elena Vatta, “ispirato alla storia vera di un figlio mancato”, che traccia il commovente percorso di un bambino abbandonato dalla madre e allevato a Capriva, tra i vigneti del Collio Goriziano, nella dimora di Villa Russiz, dove imparerà a crescere, costruendo la propria identità nel corso del tempo, sorretto dalle amorevoli cure di coloro che vivono e lavorano in quello che all’epoca non era solo un collegio femminile, ma anche un orfanotrofio. Ancora oggi, la Fondazione Villa Russiz continua ad ospitare all’interno della sua Casa-famiglia minori in difficoltà o in situazione di abbandono.
Nel rimanere in tema di casa - e di romanzi che meriterebbero di essere apprezzati da un pubblico più vasto - vorrei spezzare una lancia a favore dei tanti bravi scrittori che si trovano a scegliere di pubblicare il loro lavoro senza l’appoggio di una casa editrice, mancandone una effettivamente disposta a scommettere, sul talento di uno sconosciuto, anche in assenza di un sostanzioso contributo economico. D’altro canto, è vero che, purtroppo, - e con le dovute proporzioni - forse attualmente ci sono più scrittori che lettori appassionati e tanti sono convinti di saper scrivere bene anche senza essersi mai realmente confrontati con lo stile di autori univocamente riconosciuti e letture un po’ più impegnative dell’ultimo post pubblicato sul social di turno.
Comunque, è proprio la carenza di lettori che fa sì che tanta bella letteratura sia destinata all’anonimato, restando chiusa in un cassetto, o vada invenduta nonostante il lavoro di “self publishing” di alcuni autori indipendenti che hanno il fegato di rischiare in prima persona. Contemporaneamente, magari ci si chiede cosa regalare al compleanno di un amico, andando poi ad acquistare un oggetto inutile e, se va bene, un libro, ma solo se si tratta dell’ultima “opera” sfornata dalla celebrità di turno che approfitta del momento propizio per “darsi in pasto” con l’ennesimo romanzo sulla sua vita, sufficientemente buono per essere commercializzato. In un paradosso dei nostri tempi, il suo “ghostwriter” è proprio lo stesso scrittore a cui da poco hanno rifiutato di pubblicare il primo romanzo che, ahimè, non poteva certo essere la biografia di un famoso personaggio dello spettacolo.
Nel suo annuncio di dipartita forse si leggerà “Scrittore cercava casa”.


