Carburanti: lo Stato smette di tagliare le accise e inizia a controllare i prezzi
di Simona Baseggio e Barbara Marini
Il decreto-legge sui carburanti torna, ancora una volta, su un terreno già battuto: riduzione temporanea delle accise, crediti d’imposta per i settori più esposti, dichiarata urgenza di contenere gli effetti delle tensioni internazionali. Nulla di nuovo, almeno in apparenza. E infatti la misura fiscale più visibile – il taglio delle accise per venti giorni – appare più come un riflesso automatico che come una scelta strategica: costosa, limitata nel tempo, e oramai incapace di incidere in modo strutturale sul livello dei prezzi.
La vera novità del provvedimento si colloca altrove, ed è meno evidente ma molto più significativa: non nella riduzione del prezzo, ma nel tentativo di intervenire sulla sua formazione.
L’articolo 1 introduce un sistema articolato di monitoraggio e controllo lungo l’intera filiera dei carburanti. Le compagnie devono comunicare quotidianamente i prezzi consigliati; gli esercenti non possono aumentarli nell’arco della giornata; il Garante per la sorveglianza dei prezzi acquisisce un ruolo attivo di analisi, con la possibilità di individuare “anomalie” rispetto alle quotazioni internazionali; la Guardia di finanza è chiamata a risalire la filiera fino ai costi di approvvigionamento del greggio; e, in caso di scostamenti ritenuti ingiustificati, si apre la porta anche alla rilevanza penale, con il richiamo all’articolo 501-bis c.p. sulle manovre speculative.
Non si tratta di un semplice rafforzamento dei controlli. È, piuttosto, un cambio di paradigma.
Lo Stato, preso atto dell’inefficacia (o dell’insostenibilità) della leva fiscale, prova a entrare nel meccanismo stesso di formazione del prezzo, introducendo una forma di sorveglianza amministrativa permanente su un mercato formalmente liberalizzato.
La domanda, allora, non è tanto se il sistema funzionerà, ma se sia coerente con l’assetto del mercato. Fino a che punto è compatibile con una filiera concorrenziale l’idea di un controllo pubblico sulle dinamiche di prezzo, fondato su indici di “anomalia” inevitabilmente discrezionali? E, soprattutto, il problema che si intende colpire è davvero la speculazione o, piuttosto, la fisiologica volatilità di un mercato globale?



